Venerdì, 25 novembre 2011 @09:15
"Siamo capaci di riannodarci, di riprendere i fili della conversazione dopo un silenzio di mesi, come se fossimo un lavoro a maglia, o un ricamo non finito"
(Janet Street-Porter)
La nostra amicizia: una sciarpa, un maglione.
Dove trovo le parole del Buongiorno? Nei libri, certo. Ma a volte anche in metropolitana (in quella di Parigi, mi aspettava, scritta sui muri della Gare du Nord, una frase di Marcel Jouhandeau sul leggere i visi come romanzi), in aereo (tra i giornali distribuiti all’imbarco, ecco un articolo su un mercatino del Mozambico, federe e domestica felicità, insieme alla storia di una borsa), oppure leggendo un giornale al caffè mentre un’amica è in ritardo. La frase di oggi, infatti, è di una giornalista inglese, l’ho letta per caso sull’Independent a Londra, un mese fa, mentre ero in un ristorante super-trendy ad aspettare un’amica per il brunch. Mi piacciono i locali dove ci sono i giornali a disposizione nelle stecche di legno, come nei vecchi caffè viennesi. Mi piace trovare parole per strada, rovistare in borsa cercando una penna, e segnarle. Mi piace quando le parole sembrano aspettarci.
Ricordatevi che ogni venerdì trovate il Buongiorno in inglese, nella parte globish del sito (basta cliccare in altro a destra). Ricordatevi anche che cliccando sul nome dell'autore - vi appare in verde - trovate gli altri post correlati in archivio. E che basta iscriversi a Twitter per avere ogni mattina il mio Buongiorno sul vostro telefonino.
DaniGammon | Domenica, 25 dicembre 2011 @02:48
Io non vorrei che la riflessione sul nesso mammeblogger e pubblicità , portasse in secondo piano un effetto nuovo.Le madre parlando, facendolo imparano ed insegnano, del loro essere ed imparare a fare le madri.E siccome il blog, è una dimensione “pubblica” e testuale:i testi dei blog, sono parole scritte, che restano in rete e restano consultabili a lungo, sono linkabili, copiabili, discutibili, consivisibili, argomentabili, confutabili ….E’ una narrazione fluida dei percorsi possibili delle maternità , a partire da una esperienza diretta.Questo è il dato necessario e rilevante.
http://www.carinsurrates.com/ car insurance rates
LISA | Lunedì, 28 novembre 2011 @08:31
Parole. Le parole dei carcerati. E quelle dei castelli abbandonati: che bella notizia, SIMONA, tienici aggiornate! Ma come ti vestirai per la presentazione? Da castellana reloaded come nella foto sul blog?
Simona | Domenica, 27 novembre 2011 @15:14
Ciao Lisa, stamattina ho assistito aun reading di poesie molto speciali: quelle dei carcerati del carcere di massima sicurezza di Opera. Un reading accompagnato da un'orchestra di fiati che mi ha parecchio commossa. I carcerati di Opera frequentano un laboratorio di poesia e di scrittura narrativa che è attivo da 15 anni ed è portato avanti da volontari. Attraverso le parole questi uomini riescono a buttare fuori la sofferenza e a dare un senso alla loro prigionia. E' stata una bellissima esperienza. Le poesie sono state pubblicate in due raccolte: "Le case da lontano" ed. Tempo Libero e "Confesso che amo -Parole d'amore dal carcere" Ed. LietoColle. Un modo inconsueto per far luce sulle condizioni delle carceri italiane.
Giò | Domenica, 27 novembre 2011 @09:14
"Le parole …
… Tutto quel che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono…
Mi inchino dinnanzi a loro…
Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo…
Amo tanto le parole… Quelle inaspettate…
Quelle che si aspettano golosamente, si spiano,
finché ad un tratto cadono… Vocaboli amati…
Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento,
sono spuma, filo, metallo, rugiada…
Inseguo alcune parole… [...]
Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio,
le preparo davanti il piatto, le sento cristalline, vibranti, eburnee, vegetali, oleose, come frutti, come alghe, come agate, come olive… [...]
Tutto sta nella parola… […]
Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che s’andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria,
da tanto essere radici…
Sono antichissime e recentissime…
Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato… "
(Pablo Neruda)
A tutti noi che amiamo le parole che ci chiamano dall'anima e che ci consentono di vedere la vita in un modo speciale!
ilaria | Domenica, 27 novembre 2011 @08:17
...a volte un filo di profumo... oppure un fil di lana infeltrita... ricongiunzioni sublim..... ehm... incenso! effetto domenica mattina...
Anita | Sabato, 26 novembre 2011 @04:33
mi scuso se solo adesso le rispondo, comunque sa ci manca tanto l'italia sopratutto a me e a mia mamma ogni sera ci ricordiamo del tempo transcroso lá..... mi piace tanto ricordare le persone gli avvenimenti e rivivere tutte le emozioni , l'altro giorno stavo discutendo con i miei genitori sulla idea di viaggiare.....é per questo que mi piace questo articolo, perché anche a me piacerebbe trovarmi un po da tutte le parti...e conoscere mille culture diverse anche se per adesso mi devo concentrare negli studi e finire l'universitá qua in Ecuador.
Un saluto grande da parte di mia mamma che sempre si ricorda di lei .... comunque se magari un giorno viene nel mio paese é benvenuta nella nostra casa ... anche perché noi crediamo che le piacerá molto stare qua!!!
ilaria quarteroni... | Sabato, 26 novembre 2011 @02:33
qualcuno disse:"il legame più forte non ha nodi e nessuno può spezzarlo". tutto procede nella relazione,aldilà dei contatti fisici... un pensiero a rudi,beppe, lella,cristina,cristina,gigi ,teresa,anacleto,renzo,teresa,paolo,giuseppe, giulio, luca e.............. ogni incontro risuona.grazie .ila
Simona Pasionaria | Venerdì, 25 novembre 2011 @18:47
Un saluto a tutti e un good thanksgiving alla padrona di casa. Scusate se irrompo tra questi bellissimo versi, ma è da un po' che dovevo fare un annuncio. Martedì uscirà il mio libro "Castelli fratelli . un curioso tentativo di salvataggio, Ed La Memoria del Mondo", e volevo farvi partecipi anche se non ci si conosce di persona. Volevo rendere soprattutto partecipi Lisa e le ragazze del vecchio blog. Non è un romanzo nè si tratta di poesie: per metà una commedia e per metà una cronaca di taglio giornalistico sul castello visconteo di Cusago (località campestre in provincia di Milano), un monumento nazionale dove visse Beatrice d'Este e la corte dei duchi di Milano e ora abbandonato, dimenticato e lasciato al degrado. E' una storia locale, di nicchia, nessuna velleità di "fare la scrittrice", per carità, ma un modo originale per far conoscere un monumento e la sua storia perchè solo attraverso la conoscenza del passato possiamo imparare ad amare e a conservare il presente. Il libro è illustrato con 10 tavole a colori del consorte, cosa secondaria, ma importante perchè almeno abbiamo "creato" qualcosa insieme. Se vi ho incuriosito o se qualcuna di voi volesse saperne di più, può visitare il sito www.castellifratelli.it. Scusa Lisa per questo intervallino pubblicitario.
Giusy | Venerdì, 25 novembre 2011 @15:35
Mi devo presentare, vero? Eccomi qua
Anonimo | Venerdì, 25 novembre 2011 @15:34
Sì, Lisa, in quelle parole mi ci ritrovo immersa fino al collo. Chi, come la scrivente, ha dovuto dare uno strappo ai luoghi dove ha studiato, dove ha fatto importanti esperienze di vita condivise con le amiche d'antan lo sa benissimo.
I giornali infilati nelle stecche...Caffé Specchi, Tommaseo, Stella Polare...Vero? I padri di famiglia di un tempo (quelli probi) prima di rincasare andavano "in caffé" a leggere tranquilli, come il nonno di mio marito, insinuando immotivati sospetti nella consorte, che un giorno ha affidato alla sorella la numerosa figliolanza per appostarsi, ben nascosta, vicino all'ufficio e lo ha pedinato fino al Tommaseo...Storia vera, verissima! ... prosa un po' sgangherata... spero di essermi fatta capire. Ciao!
Cristina | Venerdì, 25 novembre 2011 @10:27
Quando le parole sembrano aspettarci...
Bello.
A me è capitato con questa frase, trovata lungo il muro di un sottopassaggio ferroviario: "La solitudine non è essere soli... ma amare gli altri inutilmente".
Talvolta è un titolo di giornale a venirmi incontro, altre un'esclamazione, un'esortazione.
Accanto ad un murales di città, le parole "Don't worry be happy".
Oppure "what you waiting?".
Messaggi nella bottiglia.
Che con caparbia sfrontatezza sfidano sconosciuti sguardi attraverso le stagioni... mentre la luce e la pioggia a poco a poco ne sbiadiscono i contorni, fondendoli con le sfumature del paesaggio tutt'intorno.
E poi ci sono le attese, quei fili multicolore che rimangono sospesi nel tempo e che d'improvviso tornano a riannodarsi, trascrivendo un'asola, un punto. Un discorso mai finito, che resta così, nell'aria, come una volta stellata.
Proprio come cantava Anna Oxa, un po' di anni fa: "storie scritte sui muri, storie di ieri, oggi chissà..."
LISA | Venerdì, 25 novembre 2011 @09:38
VIP: ieri. E' vero, una delle mie feste preferite, anche per la pumpkin pie, la torta speziata e dolce di zucca! Se solo gli amici americani potessero mandarmela via mail...
Vip | Venerdì, 25 novembre 2011 @09:31
LISA, non hai dimenticato qualcosa? Oggi è anche Thanksgiving, una delle tue feste preferite...
Anonimo | Venerdì, 25 novembre 2011 @09:20
Una felpa....
Sabato, 22 ottobre 2011 @09:18
Già la parola ci accarezza: velluto. Certo, ci sono altri tessuti che ci scaldano e ci fanno sognare: cachemire, ovviamente, e poi lana, ciniglia, e tarlatana (chi ha letto "Piccole donne" sa di cosa parlo: l’abito da sera delle sorelle March). Ma il velluto ha un che di… vellutato, appunto. E’ uno dei pochi tessuti che vien voglia di accarezzare, quasi aspettandoci che faccia le fusa, come un gatto.
Per questo le amanti del velluto (io tra queste) sono contente: perché quest’autunno, pare, torna di moda. Con, new entry, incredibili accessori, che però mi lasciano un po’ perplessa. Che dire ad esempio delle décolleté in velluto, che hanno addirittura, oltre al fiocco, un tacco a spillo fatto di strass? O gli altissimi sandali da sera, e persino gli occhiali con montatura velvet? Ma poi per fortuna ci sono le borse, a cominciare dalla riedizione di un classico anni Sessanta, il bauletto trompe l’oeil disegnato da Roberta di Camerino. (Ricordate la mia storia di una borsa?).
E poi ci sono soprabiti, cappottini leggeri, micro-abiti. E persino un ritorno: i tailleur pantalone vagamente anni Ottanta. Con blazer di velluto, indossato dalle solite celebrities: ad esempio, Liz Hurley. Un attimo. Ho detto giacca di velluto? Non posso crederci. E’ da una vita che tento di convincere una mia amica a buttare via quelle giacche di velluto anni Ottanta che continua a tenere nell’armadio. Ma a quanto pare, ha ragione lei.
Questo è, molto rimaneggiato, un articolo di moda che ho scritto per Grazia. (A proposito: se cliccate sulla parola "moda", trovate altri miei pezzi pseudo-fashionisti in archivio. Vellutati o quasi). Io comunque nell’armadio ho ancora dei vellutati, morbidi, larghi pantaloni color verde petrolio e color melanzana, un piacere da indossare. E un micro-abito, che porterò anche quest’anno, con i leggings sotto. Ormai mi sono convertita ai leggings, chi l’avrebbe mai detto!
stefania | Domenica, 23 ottobre 2011 @17:30
ho amato da morire un vestito di velluto rosso, mi stava a pennello!!
chissà dove sarà ora?
annetta | Domenica, 23 ottobre 2011 @09:41
"She wore blu velvet..." bella canzone e film molto sensuale...A me il velluto evoca certi ambienti dannunziani degli anni 30, i velluti damascati di divani, letti a baldacchino, tendoni sovrabbondanti.Per l'abbiglialmento non so...lo trovo un pò dandy; però l'abitino di velluto con i leggins, piace, lo voglio anch'io!! :-)))
Aminta | Domenica, 23 ottobre 2011 @00:13
Indossato!!!
Aminta | Domenica, 23 ottobre 2011 @00:11
Il velluto ha un suo fascino, è vero: come poter dimenticare Rossella O'hara che si inventa un abito elegante con vecchie tende polverose? accade solo nei film americani. La mamma mi raccontava che in piena guerra (la seconda) si rivoltavano i cappotti, ovvero, con l'aiuto della sartina ,si utilizzava il rovescio della stoffa. Il velluto è bello, delicato, si fa presto a sciuparlo e, secondo me, va indosato a piccole dosi.
carla | Sabato, 22 ottobre 2011 @17:41
Il velluto seconde me è tornato di moda perchè ci dà sicurezza, perchè sa di quando eravamo piccole ( ma ve li ricordate i pantaloni di velluto a coste larghe che si usavano negli anni settanta?) perchè sa un po' di indignados ( come dimenticare lo stereotipo dell'intellettuale con la giacca di velluto ?) e poi sa di romantico e determinato ( Rossella Hoara(?) che strappa le tende di velluto verde , l'ultima ricchezza, per farsi un vestito per andare a trovare, e chiedere soldi, a Ret?)
Meno male che a volte ritornano !!
Lunedì, 10 maggio 2010 @07:23
"Anch’io ho trovato un tesoro oggi, dopo un’ora di sudata ricerca. E’ una vecchia federa, ricamata a mano, con i bottoni ricoperti di lino. Non ho mai visto dei bottoni così. E mi piacciono".
(Zahra Bolouri)
Un abito. Un cuscino. Un piatto. L’abbiamo trovato in un mercatino dell’usato, o nel fondo di un armadio, e improvvisamente ci parla. Lo teniamo in mano e ci sussurra qualcosa, forse semplicemente una casalinga, domestica promessa di felicità.
Sapete dove ho trovato le frasi del Buongiorno di oggi? Non vengono da un libro, ma da un giornale. Perché Zahra Boulouri non è una scrittrice, né una poetessa, ma ha scritto un articolo davvero poetico che ho letto per caso in aereo, sull’International Herald Tribune, tornando da Oslo. Mi aveva colpito il titolo: "Happiness is a bundle of used clothes" , felicità è un mucchio di vestiti usati.
E l’articolo era davvero incantevole. Scritto, innanzitutto, dal Mozambico, dove Zahra vive e lavora (fa parte di organizzazioni di aiuto internazionale). Perché felicità è una catasta di vestiti usati? Perché, spiega, da bambina, nella sua infanzia a Perth, in Australia, ha passato ore felici con il padre girando per "garage sales" e mercatini, cercando cose per il loro negozio di bric-à-brac. Sensazioni ritrovate, racconta, al mercatino della "Quinta Feira" che si tiene in Mozambico ogni giovedì, davanti a una chiesa coloniale: l’evento della settimana, visto che non ci sono teatri, nè cinema, e neppure un supermarket, spiega Zahra. Ci sono invece mucchi di vestiti che sono stati donati per beneficenza dai paesi ricchi, ovvero noi. Ci sono sciarpe, che le donne africane useranno per legarsi i neonati addosso; inutilizzabili moon-boots, scelti da una bambina che non ha mai visto la neve; e lì a Zahra piace rovistare nel mucchio della biancheria usata, tenere in mano vecchie lenzuola di lino un po’ lise ma con le cifre ricamate, chiedendosi da quale casa arrivino, magari da un lussuoso appartamento di Manhattan non più abitato, armadi svuotati da eredi frettolosi… Cose dimenticate che trovano una nuova vita. Un po’ come la borsetta di Roberta di Camerino di cui vi avevo raccontato (è la storia di una borsa). E le parole di Zahra, l’emozione di Zahra, continua qui, perché è anche la mia.
Irene | Sabato, 28 aprile 2012 @06:47
Non so, io ero un dottorando e ricordo con molta insofferenza quei giorni. Ho un concetto molto teutonico dello Stato: alla fine, dobbiamo accettare che qualcuno comandi, e chi si mette in mezzo va rimosso. Ovviamente non sarei mai andato a Genova a contestare, perche’ sono troppo cinico per credere che servisse a qualcosa. Se fossi stato dall’altra parte, non avrei ordinato la tortura; pero’ penso che avrei operato per ripristinare l’ordine costituito. Non ho ancora capito se devo vergognarmi perche’ la penso cosi’. Mi dicono che quelli di sinistra avrebbero dovuto schierarsi con i contestatori. Io ho sempre votato a sinistra, ma per me la sinistra non e’ quella del pacifismo ad oltranza. A sinistra c’erano Lenin e Stalin, e non mettevano fiori nei loro cannoni. Rivedendo su Blob le immagini di dieci anni fa, ho scoperto di non resistere: per me e’ inconcepibile eleggere un presidente e poi violare la zona rossa dove lavora il presidente che ho votato. Anche se non e’ quello che ho votato, in democrazia conta la maggioranza, e dobbiamo rispettarne le decisioni sovrane.
http://www.medservice4u.com/ http://www.edpackages.com/
aferdita | Martedì, 11 maggio 2010 @15:59
Perche mia nona si chiamava GLIQIRI.
LISA | Martedì, 11 maggio 2010 @08:18
AFERDITA, che bello il racconto del lenzuolo che scrocchia, ricamato dalla nonna. La G per cosa stava?
Fiorenza | Martedì, 11 maggio 2010 @01:05
come mi hai fatto sognare Aferdita con la tua sciarpa rosa e menta. Se non vado a dormire, qualcuno mi uccide. Dopo una certa ora, qui vige il coprifuoco.( Sono una bambocciona): Buona notte
lina | Lunedì, 10 maggio 2010 @22:46
Aferdita, com'è bello il tuo racconto! Sai? anch'io ho un vecchio baule pieno di ricordi e di misteri ma non avrei saputo spiegarmi meglio di te,
aferdita | Lunedì, 10 maggio 2010 @21:27
Cara Lisa, che bei ricordi mi hai svegliato con questo articolo .In un ripostiglio della mia casa c'era una volta un grande baule, che era il mio posto di ricerche. Insieme con la mia amica d'infanzia svuotavamo tutto per trovare quel che ci piaceva di piu quel giorno. Conteneva un sacco di vestiti, scarpe, capellini, sciale, un grande tesoro che mia nona custodiva da tempo. lei era sorella e moglie di emigranti in America che la riempivano di cose che lei non metteva mai perche li riteneva tropo fuori posto. Erano ancora in buono stato ma per ne bambine servivano solo da giocare e sfilare. l'oggetto che piu mi piaceva era una sciarpa di seta, color pana con delle righe di color rosa e menta ,ed ornata con delle piumini bianchi. Era una vera meraviglia. Non so se sono riuscita a dare idea, ma nella mia mente e rimasta tutta. la indossavo coprendo la testa e sfilavo tuta fiera di possederla. E che ti poso dire dei tacchi, capellini di varie colori e modelli. Quante ore passavo lì.
A proposito delle lenzuolo ricamate, anch'io ce lo uno che oltre ad essere bello e anche molto caro perche me la regalato mio nona. E bianco, di un tessuto che scrocchia, con un bel merletto attorno e con un G ricamata. Lo usato poco, solo in poche occasione perche la voglio avere come un caro ricordo. La mia cara nona non ha potuto vedermi sposa, ma del regalo aveva pensato in anticipo.
LISA | Lunedì, 10 maggio 2010 @19:31
Per MALU 63: mi piacciono tantissimo le lenzuola con le cifre, sanno di antico, raccontano di quanto le donne hanno ricamato, un tempo. Io invece non so attaccare bene neppure un bottone! Per ANNALISA FARMACISTA: belli i fazzoletti di carta con le rose! Ci vorrebbero, per l'Autrice che usa solo profumi alla rosa... (E il forse-amante mi faceva sorridere, un po' come le semi-single, nuove categorie contemporanee).
malu63 | Lunedì, 10 maggio 2010 @19:17
Annalisa doveva essere davvero incantevole e romatico questo negozio lo hai descritto cosi bene che sembrava esserci dentro, spero che tua sorella si riprenda presto, auguri di pronta guarigione.
Io sono una conservatrice di natura e quindi potete immagginare quante cose abbia mi accarezzano i ricordi ogni volta che li tocco, ma c'è una cosa in particolare che conservo con amore, nn sò neanche se ne siete a conoscenza dell'oggetto è un coprilenzuolo con federe, una volta si usava per rifinire il letto le coperte erano più corte di adesso e quindi sopra veniva messo questo decoro, sopra ci sono ricamate le iniziali dei miei nonni, oggi se ci fosssero ancora avrebbero rispettivamente 110 e 106 anni, quindi quando tocco questo decoro che mia nonna conservava con tanta cura mi viene in mente il loro sorriso sereno ed è un ricordo indelebile nella mia mente e nel mio cuore.
Giusy | Lunedì, 10 maggio 2010 @16:26
Ciao, Lisa. La soffitta di mia madre è stato un vero e proprio bric à brac saccheggiato da tutti gli aventi diritto e non solo...Lì andavo a nascondermi, impavida, dopo un aspro rimprovero, nonostante il buio,le ragnatele e strani fruscii. Ricordo, oltre a vecchi mobili, un grammofono a tromba e una curiosa macchina per scrivere che oggi, ripensandoci, mi ricorda vagamente il celebre Monumento di piazza Venezia. Molti anni dopo ho scovato fra i vecchi libri questo: " Recueil de pièces authentiques sur le captif de Saint-Helène" (tome troisième, hélas) Data: 1822. Non saprei dire a chi fosse appartenuto,, forse ad una lontana parente francese di cui ricordo un orrendo ritratto ad olio, splendidamente incorniciato. Sto sfogliando in diretta telematica il volumetto, debitamente rilegato.
Annalisa farmacista | Lunedì, 10 maggio 2010 @12:32
Proprio sabato cercando il regalo per la mamma, sono incappata in un negozietto di arredo-casa e altro decisamente favoloso. Cuscini stile country, tende di tela grezza con ciliege ricamate, carta da lettera (carta da lettera? un reperto archeologico dato che non conosco nessuno che la usi più) profumata alle rose. E poi rose, tantissime rose: su romantiche trapunte, su fazzoletti da naso (di carta) su tovaglioli, sui post-it a forma di cuore a cui facevano da bordo decorativo. Meravigliso: sembrava di entrare in una specie di soffitta con tutto messo quasi a casaccio (ovviamente credo invece che il finto disordine fosse accuratamente studiato), la luce fioca. Mi sembrava di essere in casa di una zia che volesse disfarsi delle vecchie cose e avesse messo tutto in vendita. A prezzi carissimi, ci mancherebbe. Altrimenti che british-country sarebbe? Data anche l'ubicazione del negozio (in pienissimo centro) non avrebbe potuto essere altrimenti. Però non ho resistito: ho comprato il regalo per la mamma, che ha apprezzato.
Per Lisa: con forse amante significa che l'amica è in crisi coniugale, e nel frattempo che schiarirsi le idee ha deciso di cominciare una storia con un (forse) amante, divorziato, con fidanzata e amante (la mia amica). Tutto senza scandalizzarsi: ognuno sa delle storie dell'altro e non è (pare) un problema. Io sono tornata a casa dal consorte (solo lui, che banalità) e ho capito che sarò anche banale, ma tanto fortunata. Sono invece un po' in ansia per la sorella piccola che fa fatica a riprendersi. Uffa com'è lunga questa malattia.
Lunedì, 5 aprile 2010 @16:02
Non so se in questo momento siete vicine a una bilancia, ma se sì, fatemi un favore: pesate la vostra borsa. Io l’ho appena fatto. Impazzita? No, solo incredula: perché, secondo un’inchiesta del Daily Mail, le nostre borse sono sempre più leggere. Di un bel 57% più leggere, per la precisione. Possibile? Sì, sostiene perentorio il quotidiano inglese: due anni fa, la borsa di una qualsiasi donna trafelata multitasking pesava 3 chili e 200 grammi, più o meno 13 panetti di burro; oggi, 1 chilo e mezzo, ovvero sei panetti di burro. (Piccolo inciso: ho sempre pensato che le inglesi fossero diverse da noi, e adesso ne ho la riprova. Non solo vanno in giro senza calze, e con sandali altissimi, anche d’inverno; ma comprano tutto quel burro?).
Però hanno ragione: la mia borsa pesa un chilo e mezzo scarso (senza burro). E’ vero, è uno zainetto Prada (vintage, ma ben conservato), quindi l’equivalente del peso piuma in fatto di borse; e dentro c’è il mio survival kit ridotto all’essenziale. Controllo: portafoglio, chiavi, fazzoletti, cellulare, burrocacao, rossetto, specchietto d’argento (non sono ancora capace di ritoccarmi il rossetto senza); e un notes con penna, perché non si sa mai dove e quando può arrivare l’ispirazione. Dopo anni di allenamento sono riuscita a ridurre al minimo il mio equipaggiamento di sopravvivenza. Brava, no? Il merito non è solo mio, e qui in effetti ha ragione il Daily Mail. Se le nostre borse sono più aeree, è soprattutto grazie ai nuovi tecno-gadget che ci semplificano (o complicano), ma comunque alleggeriscono la vita. Ovvero: gli "smartphones", tutti i vari iPhones e BlackBerry che hanno sostituito i pesantissimi cellulari anteguerra, e le ancora più pesanti agende (ricordate i Filofax?). Morale: noi della "touch generation" possiamo permetterci borse più piccole. Almeno finché non ci compreremo l’iPad o qualunque altro micro-computer di cui diventeremo amorose schiave.
Ma in realtà ho un’altra storia di borse che volevo raccontarvi: anzi, la storia di una borsa. Una borsa che viene dal passato, una borsa con una storia, con tante storie dentro. Una borsa anni Sessanta, di Roberta di Camerino, di velluto: grigia e nera, piccola, capricciosa. Una borsa da signora, con due fibbie trompe l’oeil (il trademark della stilista veneziana), velluto su velluto. Ce l’ho davanti in questo momento: questa è la sua storia, ed ora anche la mia storia.
Tutto è cominciato a Trieste. Quando, a febbraio, l’assessorato alla cultura mi ha invitato a presentare il catalogo di una mostra (che, tra l’altro, è ancora aperta: fino al 18 aprile), nell’ex Pescheria, sulle Rive del mare che amo tanto. Una giornalista fintoglam (io) per una mostra glam davvero: quella degli abiti da sera di Mila Schön, nata a Traù (l'attuale Trogir, in Dalmazia), vissuta a Trieste, ma poi catapultata (come me) a Milano, dove diventò una stilista, negli anni Sessanta, prima, molto prima della Milano glam cheap. Durante il convegno abbiamo parlato di abiti. Degli abiti di Mila, e di chi, in sala, ne possedeva uno (l’ho chiesto, curiosa come sono; si sono alzate tre mani, e tre storie: io adoro le storie degli abiti). Abbiamo parlato di come ricordi e amori e desideri si intreccino alle etichette e alla stoffa. E io ho ricordato un’altra stilista, legata anche lei agli anni Sessanta e alla mia Trieste: Roberta di Camerino. Quand’ero piccola, in piazza della Borsa c’era una sua boutique, con le vetrine amatissime da tutte le ragazze dell’epoca. E mia zia, che a Trieste è nata (come tutta la mia famiglia) e ha sempre vissuto, aveva una borsa di velluto di Roberta di Camerino, che io amavo, per la sua morbidezza, ancora prima di sapere che quella borsa aveva un nome: Bagonghi. Ho raccontato di quella borsa perduta, che la zia non aveva più ritrovato; delle borse che vedevo in mano alla nonna, alla mamma, alla zia; borse da indossare in tinta con le scarpe, rigorosamente; borse che dentro avevano un fazzoletto ricamato, e un portaprofumo fatto a cilindro, e qualche caramella, sempre, per me bambina. Borse che all’epoca si riponevano in armadio, nel loro sacchetto morbido di satin o velluto. Non it-bags che costano come un affitto, da maltrattare e buttare per terra, come faccio anch’io, come fanno tutte le ragazze fashioniste che trattano le borse come (forse) vorrebbero trattare i fidanzati.
Qualche settimana fa ricevo una telefonata dall’assessore. Sa, qui è arrivato un pacchetto per lei… Avete già indovinato? Io speravo, ma non osavo crederci. E invece era lei, questa borsa, una vecchia borsa di Roberta di Camerino, arrivata dritta dal passato, solo per me. Con un biglietto meraviglioso, su carta intestata, regalo di una signora che porta il nome di un angelo e infatti si chiama Angela; un biglietto, che vi riscrivo qui, perché rimanga sempre, almeno nel cyberspazio di questo blog:
"Gentile signora, ero alla presentazione del catalogo di Mila Schön e ho sentito che era interessata ad avere una borsa di velluto di Roberta di Camerino. Ne ho trovata una in cattive condizioni in soffitta. Non si riesce ad aprirla! Comunque gliela regalo con piacere e forse continuerà a vivere".
Un artigiano dal tocco magico ha aperto la borsa: dentro c’era tutto il mondo che non c’è più, mia mamma, mia nonna, mia zia, le donne che mi hanno amato, le borse che hanno amato, la Trieste della mia infanzia e la Trieste che mi accoglie ancora, sempre, di nuovo.
Bibliotecaria | Sabato, 10 aprile 2010 @16:07
Donato, un bel nome il tuo. Mi hai regalato una bella riflessione sugli oggetti appartenenti al passato.Quante volte sono andata a rovistare nell'inesauribile soffita dei miei genitori per scovare vecchi libri, vecchi mobili dei miei trisavoli. Ho fatto rilegare libriccini risalenti ai primi anni del XIX secolo con tanto di sottolineature e annotazioni.Vivranno sempre, a meno che i figli o gli eventuali nipoti non vogliano disfarsene.
Donato | Venerdì, 9 aprile 2010 @15:13
Ho sempre creduto nell'età degli oggetti, che a differenza di noi umani, non invecchiano, superano gli anni arricchendosi degli umori e delle manie di chi li maneggia, li possiede, li dimentica, li ama, li vezzeggia. E vivono, imperturbabili, passando di padre in figlio e poi in nipote. Vedono il cielo ripetersi nelle notti e nelle stagioni, milioni di nuvole sempre nuove corrervi dentro. E sono là. Finiscono ogni tanto in un cassetto, una valigia, su un ammezzato, in un baule. ma sono paziemìntemente in attesa di rinascere ancora mille volte, senza poter raccontare i loro fascini avvertiti, le parole ascoltate, i segreti nascostissimi. Ma se sai che hanno una grande età e li prendi nella mano, un microbrivido ti invade, un misterioso contatto neuronico risveglia in te cose che non sai, profumi che non avvertisti, immagini solo pensate. Brava Lisa a risvegliare anche dentro di me questi pensieri, che fanno tanto bene all'anima.
Giusy | Mercoledì, 7 aprile 2010 @14:35
Flash back: quel "bagonghi", Lisa! Intraducibile così come altri termini, tipicamente triestini: non riesco a considerarli dialettali, mi suonerebbe sgradevole. E grembano, oppure strafanicci? (grembano si addice, almeno un poco, al mio consorte) Ti giunga il mio affettuoso saluto. E scusa se, per una strana forma di timidezza, o per gioco, a volte intervengo " sotto mentite spoglie". Devo ancora imparare il Galateo..
Lila | Martedì, 6 aprile 2010 @12:33
Emozionante il tuo racconto Lisa, mi sono commossa.
LINA | Lunedì, 5 aprile 2010 @23:38
Quel biglietto su carta intestata, unito al dono di una vecchia borsetta, racchiude tutto un mondo. La" triestinità" non è di facile comprensione.Con il tuo articolo, lisa, spero tu riesca ad aprire uno spiraglio di curiosità su una città praticamente ignorata dalla maggior parte di noi italiani
Mrack | Lunedì, 5 aprile 2010 @21:13
E sì, cara Lisa, uno scampolo di trieste nel tuo articolo.
Noi triestini non siamo troppi inclini ai complimenti e alquanto rozzi nello scrivere. Però: brava mula!
Simona | Lunedì, 5 aprile 2010 @20:57
Lisa, bellissimo questo articolo e questa storia. Ciao.
Giusy | Lunedì, 5 aprile 2010 @20:31
Lisa, non mi commuovo facilmente. Ho un ricordo: quello di mia suocera e della sua straordinaria borsetta/bauletto firmata Camerino.Stupendo, il tuo articolo.
claudia mdg | Lunedì, 5 aprile 2010 @20:21
L'anonimo ero io.
Anonimo | Lunedì, 5 aprile 2010 @20:19
Bella la storia della borsa che torna dal passato grazie a una gentilissima signora! La mia borsa di oggi pesa sui 3 kg: oltre all'indispensabile elencato da te c'erano un mini ombrello, il libro di Marcela Serrano scelto dal gruppo di lettura per l'incontro di aprile, l'agenda, il kit medico per il gladiatore influenzato in trasferta, un lecca lecca a forma di tour eiffel regalo delle nipotine reduci da Parigi, una tavoletta di cioccolato fondente e un golfino pesante perché non si sa mai. Dopo le feste mi sa che metto a dieta anche la borsa
V.I | Lunedì, 5 aprile 2010 @17:34
Essere legati ad un ricodo d'infanzia, a una zia e alla sua borsa o alla tua Trieste la tua città, che dire ... è come avere il filo di Arianna che ti riporta indietro dove hai iniziato il cammino nel labirinto delle cose più belle ... quelle che non hai mai perso... ne dimenticate.Quelle cose importanti.Cari saluti.