Lisa Corva

Displacement: perché sogniamo sempre un diverso altrove. Conversazione con André Aciman.

Domenica, 8 aprile 2012 @11:33

E se fosse questo il vero, nuovissimo sentimento della modernità? Displacement: ovvero il sentirsi fuori luogo, displaced appunto, mai nel posto giusto, sempre in un altrove strano, sbagliato, o desiderando nostalgicamente un diverso altrove. Questo almeno è quello che pensa, scrive e vive André Aciman, che di "displacement", sottolinea ironicamente, è un vero esperto. Nato ad Alessandria d'Egitto in una famiglia di ebrei sefarditi, già per conto loro migranti (venivano dalla Turchia); forzato ad andarsene ancora ragazzo dalle leggi di Nasser, nel 1965; arrivato prima a Roma poi a New York, dove vive e insegna alla City University. Displaced anche nella lingua (in famiglia parlava francese, ma è in inglese che scrive), ha raccontato la sua casa perduta e il suo esilio nel primo romanzo, un memoir che in America è stato il suo primo bestseller ("Ultima notte ad Alessandria"), seguito poi da "Chiamami con il tuo nome" e, l'anno scorso, da "Notti bianche" (tutti pubblicati in Italia da Guanda).
Ma è nel suo nuovo libro, "Alibis" (Farrar, Straus and Giroux), che racconta il suo, il nostro displacement. Essays on elsewhere, è il sottotitolo. Saggi sull'altrove. Un altrove geografico e psicologico. Il profumo alla lavanda che usava il padre, e tutti i profumi della sua vita; i fantasmi del passato in via Clelia, a Roma, dove ha vissuto per tre anni aspettando un visto per gli Stati Uniti, sempre sognando di essere altrove, magari in quei romanzi stranieri che leggeva nelle ore di caldo romano; Place des Vosges a Parigi e tutti i fantasmi letterari sotto i portici; e il suo "Monet Moment", il quadro di una casa al mare dipinta da Monet, sul calendario che ha davanti alla scrivania, e che lo spinge a cercarla, quella casa, e quella vista, fino a Bordighera (ed è la stessa casa dove ambienterà "Chiamami con il tuo nome").
Non è nostalgia, dunque, la nostalgia di un impossibile ritorno. O perlomeno, non solo. È un senso di straniamento, di vaga insoddisfazione, di smarrimento. Per cui, racconta prendendosi in giro, quando è a New York sogna di andare a Parigi e, per combattere o forse assecondare il "displacement", chiama una cara amica che vive a a Parigi e che invece sogna New York. Ma quando arriva il momento di prendere l'aereo non è più sicuro di voler davvero partire... "Facciamo così", taglia corto l'amica. "Vieni, come deciso, e quando sarai qui cerca di ricordarti quanto ti sembrava bella Parigi da Manhattan".
Ma il "displacement" non è un sentimento puramente geografico. "Sono le strade che avremmo potuto prendere e non abbiamo preso", dice Aciman. "La vita che avremmo potuto avere, che potremmo avere, e che invece non è nostra. È l'inafferrabilità del what might have been ". Un sentimento sempre più contemporaneo. "Non solo perché continuano le migrazioni, volontarie o forzate. Ma perché sempre piú spesso abbiamo non un lavoro, ma due; viviamo in una città, ma sentiamo di appartenere a un’altra; dividiamo il letto con qualcuno, ma è un'altra la persona che sogniamo...". E non ci stacchiamo mai dal nostro smartphone: siamo a pranzo o a cena, però non possiamo fare a meno di buttare l'occhio sul cellulare... Aciman ride: "Del resto è dal nostro telefonino che aspettiamo quel messaggio, quel miracolo che potrebbe cambiare la nostra vita, per sempre".
Perché certo, c’è il "displacement" dell'innamoramento. E pochi scrittori, come Aciman, hanno saputo raccontarlo: il turbamento e la magnificenza del desiderio, dell'incontro, quello scintillìo che è la vita stessa. La Manhattan in cui si rivedono, per otto notti di fila dopo Natale, l'uomo e la donna di "Notti bianche", come in una palla di vetro dove cade la neve. Quel momento irripetibile in cui tutto è possibile... In cui siamo pronti ad essere "displaced". E quella piazza con una panchina tra gli alberi, davanti a casa della donna che ha appena conosciuto, dove il protagonista torna, ogni notte, nella neve, a guardare le sue finestre, a pensare a quello che potrebbe essere e forse sarà. Ma Straus Park esiste davvero? "Sì, è un minuscolo angolo di verde nell'Upper West side. È il luogo dell'esilio, dove guardo l'Hudson che scorre e penso che potrebbe essere la Senna, o forse il Nilo. O forse è un luogo mitico, irreale, come l'appartamento I. Lo sa che a Manhattan gli appartamenti passano dalla H alla J, la I viene saltata? Ma il 9-I è sul mio pianerottolo, invisibile; è dove passo ogni ottavo giorno della settimana, il giorno che non esiste tra la domenica e il lunedí; dove ci sono gli oggetti perduti della mia infanzia, i romanzi russi aperti e lasciati a metà; dove mi chiudo all'insaputa di tutti, mia moglie, i miei figli. Ed è il luogo, forse, della mia, della nostra vita più vera".

Questo è un articolo che ho scritto per Velvet, il mensile di Repubblica. Il displacement, spesso, è anche mio.

Sei la cosa più bella che mi sia capitata quest’anno.

Mercoledì, 21 dicembre 2011 @07:30

"Sei la cosa migliore che mi sia capitata quest’anno. Parole che potevi portare da un broker per comprare opzioni di vendita in un mercato tendente al rialzo, ricavandone comunque un sacco di soldi; parole di cui avevo ritrovato lo splendore nascosto e di cui avrei mollato la presa per recuperarle all’infinito… Anche quando me ne dimenticavo, sapevo che mi aspettavano lì accanto, come un gatto che si struscia contro una porta chiusa."
(André Aciman)
Tu.

(La frase di oggi è tratta dal romanzo "Notti bianche", Guanda. Se cliccate sul nome di Aciman scoprite di più. Manca solo la neve che nel suo libro cade per otto notti su Manhattan, mentre un uomo e una donna si incontrano… Ma torniamo alla frase. Sei la cosa migliore che mi sia capitata quest’anno. E' bellissimo, quando qualcuno te lo dice, o te lo fa capire, vero? Come succede al protagonista del libro: parole che ci aspettano e ci fanno le fusa come un gatto. Ma è bellissimo anche solo pensarlo. Che quest'anno ci è capitato qualcosa di straordinario. E quel qualcosa sei tu.)

Mi piaceva il languore che era calato sulla città...

Venerdì, 16 settembre 2011 @07:11

"Ma mi piaceva il languore che era calato sulla città, come il braccio stanco e incerto che un amante ti posa sulle spalle."
(André Aciman)
Quest’amore stanco ma felice, come la fine di una lunga giornata d’estate.

(La frase di oggi è tratta da "Chiamami con il tuo nome", Guanda. E’ quello che mi piace dei libri di Aciman: sono libri sul desiderio. Ciò che ci tiene in vita).

Come ogni venerdì, trovate il Buongiorno anche nella parte globish del sito: Friday Poetry! Vi ricordo le altre Lisa-news: potete ricevere ogni giorno, con Twitter, il Buongiorno sul vostro cellulare; downloadare ovviamente il Buongiorno su Facebook; e cliccando sul nome dell’autore trovate gli altri suoi Buongiorno qui in archivio.

Chiamami con il tuo nome.

Venerdì, 25 marzo 2011 @07:46

"Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la porta del taxi e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome."

(André Aciman)

Se.

Vi ho già parlato di André Aciman, lo scrittore che ho incontrato e intervistato quest’inverno a New York, per l’uscita di "Notti bianche", Guanda (trovate l’intervista il giorno 5 febbraio). Un libro sul desiderio. Un libro su uomo e una donna a Manhattan, che si incontrano e si guardano e si parlano e si mandano sms e si cercano, per otto giorni e otto notti: un libro su quel momento di scintilla, prima che succeda qualcosa, prima che succeda tutto... La frase di oggi è invece tratta da un altro suo romanzo: "Chiamami con il tuo nome", che in Italia è già arrivato a cinque edizioni. Una storia di brividi, di scoperta, di fascinazione, di sesso tra due giovani uomini. O forse, semplicemente, una storia d’amore. E ricordate: oggi, come ogni venerdì, trovate il Buongiorno anche in inglese, nella parte "globish" del blog!

L’Egitto, l’esilio - ma anche Manhattan e la magia del desiderio. Un caffé con André Aciman.

Sabato, 5 febbraio 2011 @09:51

L’ultimo, magico romanzo di André Aciman parla d’amore, ma è di Egitto che cominciamo a parlare. Non a caso: il primo libro dello scrittore newyorkese racconta l’Egitto, il "suo" Egitto: "Ultima notte ad Alessandria" (Guanda), ovvero l’ultima notte di un giovanissimo André, e della sua famiglia di ebrei sefarditi cacciati nel ’65. Parla di segreti di famiglia e di estati al mare, di posate d’argento perdute e sapori perduti, come le marmellate di fichi e datteri servite con il tè… Un Egitto nel cuore, l’Egitto dell’esilio. Ma è da New York, dove Aciman vive, che lo scrittore guarda quello che succede in Egitto oggi. Guarda le manifestazioni, la polizia, la folla.

"Quello che vedo non è solo scioccante: è inedito. In Egitto non c’è alcun precedente di manifestazioni, scioperi, marce di protesta; nessun precedente di disobbedienza civile. Gli unici momenti in cui il popolo è sceso in piazza, o in cui è stato tollerato che il popolo scendesse in piazza, sono stati quando è morto il presidente Nasser, nel 1970: a seguire il funerale c’erano 5 milioni di persone. E poi, cinque anni più tardi, per i funerali di Om Khaltoum, l’amatissima cantante, e star, l’anima vibrante del Paese. Più che una manifestazione, un corteo di dolore".

Mentre l’Egitto di adesso?
"Gli egiziani vogliono, per la prima volta, qualcosa di nuovo. Non sanno che cosa esattamente: ma è per quello che scendono in piazza. E non c’è modo di fermare la folla. Qualcosa sta succedendo in Medio Oriente, non solo in Egitto: c’è un vento nuovo, forse un vento d’incendio, che porta verso un nuovo mondo arabo, e non possiamo fermarlo".

Ma veniamo all’ultimo romanzo. Perché, dopo "Ultima notte ad Alessandria", e dopo il potente "Chiamami con il tuo nome" (in Italia arrivato a cinque edizioni, ndr), è appena uscito "Notti bianche" (sempre per Guanda). Un romanzo che parla, testardamente, magicamente, d’amore. Di un uomo e una donna che si incontrano in una Manhattan innevata, e non possono fare a meno di rivedersi, per otto giorni e otto notti. E’ di questo che parlo con Aciman: che ho incontrato, come nel suo romanzo, in una sera di neve a New York. In una variante moderna dei vecchi caffè mitteleuropei: ovvero, al bar di una libreria, Barnes & Noble, con vetrate su Union Square e sui grattacieli. Se non fosse per i clienti che stanno ore, ai tavolini, con davanti non solo libri, ma anche laptop, e libri elettronici (qui a New York sono diffusissimi i Kindle e i Nook: piccoli astucci neri che contengono decine di e-books, romanzi da leggere a video), l’atmosfera potrebbe essere quella del Caffè degli Specchi o del Caffè San Marco, a Trieste. Glielo dico.

"Purtroppo a Trieste non ci sono mai stato. Ma quanto ho amato Svevo! In "Senilità" c’è quella descrizione, quell’analisi quasi anatomica della gelosia…".

Lei, invece, in questo nuovo romanzo, ci racconta il desiderio. E niente sesso: anche se si respira ad ogni pagina.
"Perché volevo raccontare l’incantamento. Come se i protagonisti fossero chiusi dentro una palla di vetro: la scuoti, e cade la neve. La palla di vetro è Manhattan. Ma è anche quella "no man’s land" tra due persone, quella terra di nessuno prima che succeda qualcosa, prima che succeda tutto".

Una "no man’s land" segreta: ha rubato le parole a Nina Berberova, da uno dei suoi libri più belli, "Il giunco mormorante"?
"Conosco la Berberova. Ma in questo libro ci sono le notti bianche di Dostoevskji, i film di Rohmer, un racconto di Joyce. E c’è musica, molta musica".

E’ nato in Egitto, vive a New York. Ma il suo posto del cuore, qual è?
"Forse il posto del cuore è quello dove si vorrebbe essere seppelliti. Ed io, sinceramente, non lo so. Non a Milwaukee, comunque, dov’è la famiglia di mia moglie. So anche che non voglio che le mie ceneri vengano sparse in posti diversi, come si usa in America: ho vissuto sparpagliato tutta la mia vita, mi offenderebbe. Forse il posto dove mi sento più io è New York: una città, anche, di esuli. Dove sei libero di diventare chi vuoi".

Questa intervista è uscita su Il Piccolo, il quotidiano della città dove sono nata, Trieste. Gruppo La Repubblica.

Piccola nota: in questi giorni sono in Italia. Sabato, a Reggio Emilia, a un press preview della Collezione Maramotti (la collezione d'arte contemporanea del signor Max Mara, nella vecchia fabbrica degli anni '50). E, nella bella piazza del Duomo di Reggio Emilia, un flash che mi porta in Egitto: un gruppo di manifestanti, tutti egiziani che lavorano qui in Italia, donne con l'hijab bianco e rosa (ma anche senza velo), bambine per mano, e dei cartelloni in italiano e arabo: abbasso il dittatore Mubarak. Anche questa è l'Italia, questo intreccio di mondi.

Perché è il desiderio a renderci ciò che siamo.

Giovedì, 27 gennaio 2011 @08:27

"Perché è il desiderio a renderci ciò che siamo, ci rende migliori di ciò che siamo, perché il desiderio riempie il cuore. Riempie il cuore. Così come l’assenza e il dolore e il lutto riempiono il cuore".

(André Aciman)

Ed è per questo che ti desidero, anche quando non vuoi esserci, anche quando non ci sei. E il cuore, dolcemente, trabocca.

La frase di oggi è tratta da "Notti bianche", Guanda, il nuovo romanzo dello scrittore che ho conosciuto e intervistato a New York. Un uomo e una donna che si incontrano, a Manhattan, in una sera di neve, e si rivedono, per otto giorni e otto notti… Perché, come mi ha detto Aciman a New York, "Volevo raccontare l’incantamento. Quel momento di fascinazione che i francesi chiamano engouement. Come se i protagonisti fossero chiusi dentro una palla di vetro: la scuoti, e cade la neve. La palla di vetro è Manhattan. Ma è anche il loro desiderio". Presto metterò on line l’intervista; intanto il libro è uscito in Italia e confermo: mi piace tutto, compresa la copertina!

Ci sono momenti che.

Giovedì, 13 gennaio 2011 @09:04

"A metà della cena già sapevo che avrei rivissuto la serata dall’inizio: l’autobus, la neve, la camminata lungo la leggera salita, la cattedrale in lontananza dritta di fronte a me, la sconosciuta in ascensore, l’ampio salone affollato di facce illuminate dalla luce delle candele…"
(André Aciman)

Ci sono momenti che cambiano la nostra vita per sempre, che si incidono sulla pelle. E noi a volte, con un brivido, lo capiamo. Questo, è uno di quei momenti.

Vi ho già parlato di André Aciman, lo scrittore che ho appena incontrato e intervistato a New York (era nel post del 2 gennaio). La frase che ho scelto per City è tratta dal suo nuovo romanzo, che esce oggi in Italia: "Notti bianche", Guanda. Anzi, è proprio l’inizio. Spero che vi piacerà, così come è piaciuto a me.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole e della poesia. Schegge di luce da trasformare in sms, da ricopiare sull’agenda, da far viaggiare per il mondo via web. Per questo mi trovate qui ogni giorno.

Troverete la mia rubrica di City, i miei articoli fintoglam per Grazia, le mie interviste. Ma soprattutto troverete me. E quando chiudete il computer, aprite uno dei miei libri!

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, come può testimoniare rassegnato il consorte, dal profumo di rose.