Lisa Corva

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L’essenziale.

Venerdì, 18 maggio 2018 @08:26

"Traslocare dentro un’altra
lingua. Portare soltanto
piatti e bicchieri per mangiare.
Affacciarsi alla finestra
trovarsi il mare sulla destra"
(Andrea Bajani)
L’essenziale.

La poesia di oggi – che è anche il mio #spillo su Gioia – è tratta da "Promemoria", Einaudi. Uno dei piccoli libri bianchi Einaudi di poesie. Mi piace tutto: quella finestra alla Matisse, sul mare. Traslocare dentro un’altra lingua, come ho fatto io. Portando solo l’essenziale. Già, e che cos’è l’essenziale? Per me, che vivo nel caos e nel (tentativo di) decluttering, che non riesco disperatamente a buttare via niente, o quasi?
Ho appena finito di leggere "1Q84", di Murakami (Einaudi, bellissima traduzione di Giorgio Amitrano, tra l’altro). Un romanzo onirico e quasi fantascientifico, un mondo parallelo con due lune, un uomo e una donna che si sono cercati per tutta la vita. E alla fine del libro lei fa avere un messaggio a lui: vieni, ti aspetto stasera, ma solo con una borsa, devi avere le mani libere. Partire – traslocare in un’altra lingua, in un altro pianeta – con una borsa a tracolla. E io, che cosa porterei? Ci ho pensato. Porterei pochissimo. Perché l’essenziale a questo punto sarebbe con me: la persona che amo. Porterei un gioiello come piccolo talismano; una sciarpa leggera perché ho sempre freddo; un notes e una penna. Finalmente butterei via il telefonino – perché in un altro mondo non mi serve. E perché sono in un momento della mia vita in cui mi sembra tutto troppo – e superfluo.
Questo, dunque, è il messaggio cifrato dentro il libro di Murakami: per tornare allo #spillo di settimana scorsa, che mi è rimasto in testa da quando l’ho letto. "Tornava nel mondo della realtà portando con sé quel suggerimento. Era come una formula magica incomprensibile, scritta su un pezzo di carta." Così sono i libri che funzionano: hanno dentro un messaggio cifrato, sta a noi decifrarlo.

Lo stesso mi è successo con "Less" (La nave di Teseo), il libro di Andrew Sean Greer che ha vinto il Pulitzer. Lui l’ho appena intervistato a Firenze, e questo è il racconto del nostro incontro, uscito su Gioia:
Visto che il Nobel Letteratura quest’anno, incredibilmente, non verrà assegnato (io l'avrei dato a Murakami!), consoliamoci con il Pulitzer. Anche perché il vincitore, Andrew Sean Greer, è uno degli scrittori più simpatici (e anche belli, il che non guasta) che io abbia mai conosciuto. 47 anni, ha vinto a sorpresa con "Less", in Italia pubblicato da La nave di Teseo. Vive a San Francisco, ma io lo rivedo a Firenze; dove, in questi due anni, si è occupato della Fondazione Santa Maddalena: una "writers retreat" nella campagna toscana, la fascinosa casa del narratore Gregor von Rezzori e di sua moglie Beatrice, che è diventata l’indirizzo segreto per scrittori da tutto il mondo in cerca di silenzio e ispirazione. Anche Greer ci è arrivato così, uno dei "fellows" ospiti della residenza. È tornato una, due, cinque volte al tempo dei suoi primi libri, pubblicati da Adelphi (di uno ricordo ancora a memoria l’incipit: era "Siamo tutti il grande amore di qualcuno", all’inizio del romantico "Le confessioni di Max Tivoli"). Ma il nuovo romanzo di Greer – ed è è la prima volta che un libro comico vince il Pulitzer – è un cambio di voce e di sguardo sul mondo. È lieve, ironico, buffo... Scritto proprio a Santa Maddalena?
-L’ho iniziato qui più o meno quattro anni fa. Ma poi è successo qualcosa. Ho capito che la storia di Arthur Less, lo scrittore mediocre e abbandonato dal suo amante, che pur di non assistere al suo matrimonio si imbarca in uno strampalato giro del mondo, non andava raccontata così. Era tutto troppo auto-indulgente, compiaciuto, patetico. Così, ho ricominciato daccapo. La storia di Less andava raccontata, ma in un altro modo. Con leggerezza e ironia.
- Vorresti che noi chiudessimo il libro e…?
- Provassimo, di nuovo, speranza. È per questo che l’ho scritto. E anche per dimostrare che si può scrivere sulla felicità.
- Un tuo segreto di scrittura?
- Tengo sempre in tasca una piccola Moleskine, e quando sono da solo – quando aspetto un treno, un aereo, qualcuno che è in ritardo – invece di farmi catturare dal mio cellulare ho imparato a guardarmi intorno. Dove sono? Cosa dice il mondo intorno a me? Cerco di fare attenzione. Arthur Less è nato lì, nelle mie annotazioni su quei piccoli taccuini rossi.
Nel libro, uno dei protagonisti vince il Pulitzer: solo una coincidenza?
- Certo! Per me sapere del premio - il più grande onore per uno scrittore americano – è stato, posso dirlo, più che una sorpresa, uno shock! Non avrei mai pensato di meritarlo.
- Come festeggerai?
Ho premuto il tasto "compra" su pantaloni, camicie, giacche che tenevo nel mio sito di moda preferito: www.therealreal.com. Li desideravo da mesi… Mi aspettano già a San Francisco!


Il messaggio cifrato di questo libro? Vivere senza telefonino: il protagonista del suo romanzo non ce l’ha, mi ha detto Greer, e nessuno se n’è accorto. Forse perché vivere senza è possibile. Così come è possibile fermarsi, quando si è da soli, e senza tuffarsi automaticamente dentro il cellulare, decidere invece di guardarsi intorno, chiedersi: dove sono, cosa vedo? Come fa lui. E tirare fuori un notes, appunto, quello che metterei nella mia borsa. L’essenziale.
Ma il messaggio cifrato del libro di Greer forse è un altro: perché lo scrittore americano, nei primi libri così romantico, stavolta ha indagato il lato ironico, buffo, dei dispiaceri e dei dolori della vita, come rivoltando una giacca double face. Si può fare.

Io, e lo scrittore con la T-shirt di Obama.

Giovedì, 30 luglio 2009 @08:23

Mi avete chiesto: cos'hai fatto, Lisa, in questi mesi? Per esempio, ho incontrato un giovane scrittore americano, Andrew Sean Greer. L'intervista è uscita sul Piccolo di Trieste, il giornale della città dove sono nata.

Quando incontro Andrew Sean Greer, luccica. Luccica nel vero senso della parola: il giovane e biondo scrittore americano porta una T-shirt glitter con la faccia di Obama, sopra i jeans. E sorride. Le due cose (la T-shirt fashionista e il sorriso disarmante) sono abbastanza rare in un uomo, soprattutto in uno scrittore, e soprattutto in uno scrittore così amato come lui: i suoi due romanzi pubblicati in Italia, Le confessioni di Max Tivoli e La storia di un matrimonio , entrambi editi da Adelphi, hanno raccolto un piccolo gruppo di fan e continuano a vendere con un intenso passaparola sentimentale. E due incipit che conquistano: "Siamo tutti il grande amore di qualcuno", è la frase che apre Le confessioni di Max Tivoli . Mentre nella prima pagina di La storia di un matrimonio leggiamo: "Crediamo tutti di conoscere le persone che amiamo… Una mattina ci svegliamo. Accanto a noi, nel letto, il corpo familiare che dorme: uno straniero di tipo nuovo". Parole che acchiappano, ci tirano subito dentro la storia; parole che le lettrici e i lettori di Greer riscrivono sull’agenda, sul moleskine, che finiscono nei blog, nei profili di Facebook… Incipit quasi poetici. Forse non è un caso. Janet Fitch, l’autrice di Oleandro bianco , straordinario bestseller di qualche anno fa, mi disse che prima di cominciare a scrivere leggeva poesie, per "accordare la mente". Lo fai anche tu, Andrew?

"Sì: leggo Wallace Stevens, Ann Carson… Perché la poesia ti porta lì, lì dove vuoi andare, molto più velocemente. E’ la poesia che fa il lavoro più duro. Una volta che sei arrivato, è tutto più facile".

- D’accordo la poesia, ma come fai a scrivere degli incipit così folgoranti?
"Forse il punto è che non nascono come incipit… (sorride). La storia di un matrimonio era iniziato come un libro arrabbiato, la storia di una moglie negli anni Cinquanta che scopre il segreto di suo marito (che scoprirà essere gay, ndr); poi è arrivato da tutt’altra parte. E, scrivendo la pagina che è all’inizio del libro, sull’opacità dei matrimoni, sul fatto che pensiamo di conoscere chi amiamo, ma che in realtà "ciò che siamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena", mi sono accorto che era questa la parte più interessante, lo snodo. Lo stesso è successo con il mio primo romanzo (che invece è la storia bizzarra di un uomo che vive "all’indietro": nasce nel 1871 a settant’anni, e sa che morirà nel 1941, neonato, ndr). Vede, credo che capiti un po’ a tutti gli scrittori: c’è un punto cruciale, un punto di crisi in cui ti ritrovi a un bivio. Puoi raccontare una storia, semplicemente; oppure puoi raccontare la storia meno semplice, quella che turba, che inquieta. Prima di tutto te".

- Entrambi i tuoi romanzi parlano d’amore. E lo dichiarano subito, dalla prima pagina.
"Forse scriviamo sempre lo stesso libro, cercando risponde a certi interrogativi… Ma per fortuna non le troviamo, queste risposte, altrimenti non sapremmo più che cosa scrivere".

- Io invece ho l’impressione che questa delicatezza e questa intensità nel parlare d’amore, di sentimenti, sia un tratto distintivo tuo e di un altro scrittore americano cult, Peter Cameron (un altro autore Adelphi, ndr). Forse siete voi, la nuova generazione di maschi - non etero - che non ha paura di parlare d’amore?

Andrew ride. E ne approfitta per chiedere una pausa sigaretta. Anche le sigarette che fuma sono fashioniste: lunghe, affusolate, con un filtro d’oro. Marca Nat Sherman. Newyorkesi, mi spiega. Ne approfitto per chiedergli dove ha comprato la bellissima giacca, seria e grigia, ma con un insospettabile revers rosa e l’interno a quadretti bianchi e rosa Vichy, che indossa sopra i jeans: è di Junya Watanabe, mi spiega, comprata ai saldi a Parigi in una delle boutique più chic della città, L’Eclaireur… (nota per voi: sì, quella dove ho comprato i miei primi jeans!). Parliamo di vestiti, di eurostress, di recessione, di moda. Andrew mi racconta che dopo il credit crunch, a Manhattan i banchieri senza più lavoro rivendono i loro vestiti firmatissimi nei negozi di usato chic, dove adesso è possibile comprare camicie di Prada a soli 70 dollari… Mi segno il nome e ve lo passo: Tokyo 7, nell’East Village.

- Sei stato da poco in Toscana, nella casa e nella fondazione dedicata allo scrittore mitteleuropeo Gregor von Rezzori: un "rifugio per romanzieri", dove si tiene ogni anno il premio letterario Vallombrosa, fondato dalla vedova dello scrittore, Beatrice. Una casa che conosci bene. (E conoscete anche voi del blog: ricordate che ci sono stata e avevo postato la mia intervista?).
"E, visto che stavamo parlando di moda, ti posso raccontare che forse la mia camicia più preziosa apparteneva proprio a Gregor von Rezzori: ne ho due, che mi ha regalato Beatrice. Fatte a Vienna, con meravigliosi bottoni e cifre ricamate a mano. Un capolavoro".

- La baronessa deve averti molto amato per regalarti delle camicie del marito, che tra l’altro era molto fascinoso, uno sciupafemmine, e un vero dandy…

Andrew sorride. Aggiunge:
"Sai che proprio alla Santa Maddalena Foundation ho cominciato il mio libro Storia di un matrimonio ? Nella casa dove dormiva e scriveva Bruce Chatwin, un loro amico… Insieme a me, quell’anno, c’erano anche Daniel Mason, Nadeen Aslam, e Monique Truong. Si scrive, ognuno nel suo studio; si passeggia nel giardino; la sera si cena insieme. Un’esperienza straordinaria".

- La fondazione von Rezzori è un’eccezione in Italia. In America, invece, sono parecchie le "writers’ colonies". Tu ne frequenti altre?
" Sono stato sia alla MacDowell, che a Yaddo. Sono appunto dei "rifugi" per scrittori (ma non solo, anche per artisti, pittori, musicisti), fondati all’inizio del Novecento, con un denominatore comune: il silenzio. Alla MacDowell addirittura il pranzo viene lasciato, senza bussare, sui gradini del proprio bungalow. Poi, volendo, solo alla fine della giornata, si cena insieme".

- Niente Internet?
"Niente Internet".

Ci guardiamo ridendo: entrambi abbiamo in tasca l’iPhone, il nuovo giocattolo da eterni adolescenti; e Andrew Sean Greer è, ovviamente, su Facebook, il social networking che per molti è come una droga. Una generazione sempre on line.

- Come si fa a sopravvivere senza essere connessi?
"Il punto è: come si fa a scrivere quando si è perennemente connessi? Io alla fine, per disperazione, ho deciso di usare due password diverse per entrare nel mio laptop. Con una mi connetto automaticamente anche all’email e a Facebook; con l’altra, accedo solo al programma di scrittura".

Alfieri, il grande poeta e drammaturgo italiano del Settecento, si legava alla sedia, ma mi rendo conto che oggi non basterebbe: sul laptop abbiamo anche troppe distrazioni.

"Ci sono colleghi romanzieri che, per non cadere in tentazione, usano un programma per cui, scrivendo, la pagina occupa tutto lo schermo. Così ci si concentra più facilmente".

- Un corpo a corpo con il computer, dunque. Ma a parte questo, che cos’è, per te, scrivere?
"E’ la possibilità di vivere delle vite che non ho mai vissuto, che non vivrò mai. Io ho un fratello gemello, che a differenza di me si è sposato, e ha avuto il suo primo bambino. Vive vicinissimo a me, a un paio di isolati di distanza. Nella vita di mio fratello vedo la vita che avrei potuto vivere, la famiglia che avrei potuto avere. Scrivere è mettere su pagina queste possibilità di vite parallele".

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.