Venerdì, 10 giugno 2011 @09:17
"Ti sei seduto accanto al letto
e mi hai guardato.
Poi mi baciasti - cera bollente sulla mia fronte.
Volevo che lasciasse un segno:
è così che ho capito quanto ti amavo"
(Louise Glück)
E’ questo che aspetto: un tuo bacio. Ed è questo che voglio: che lasci il segno.
Louise Glück è una poetessa americana, Premio Pulitzer. I versi di oggi (traduzione, imperfetta, mia) sono tratti dalla sua poesia "The Encounter": una delle poesie più sensuali ed erotiche che io abbia mai letto. Peccato tagliuzzarla: più che un Buongiorno dovrebbe essere una Buonanotte…
Dunque, ho dimenticato qualcosa? Certo, ormai lo sapete, ma io cocciuta e noiosa lo ripeto: oggi, Friday Poetry. Il Buongiorno lo trovate anche nella parte globish del blog. Diffondetemi!
Martedì, 9 novembre 2010 @07:48
"C’è sempre qualcosa che si può fare con il dolore.
Tua madre lavora a maglia.
Fa sciarpe in tutte le tinte di rosso.
Erano per Natale, e ti hanno tenuto al caldo
mentre lei si risposava
e poi divorziava
e si risposava
e ti portava con sé."
(Louise Glück)
Una sciarpa, certo: per avvolgersi nella consolazione. O almeno, provarci.
(Questi versi sono tratti da "Love poem" della poetessa americana Louise Glück. La traduzione è mia. E c'era davvero qualcosa di consolatorio nel lavorare a maglia, vero?)
Giovedì, 7 ottobre 2010 @07:35
"Parlami, cuore in pena: perché stai piangendo
al buio, nel garage
col tuo sacco della spazzatura?
Non tocca a te farlo
a te spetta
svuotare la lavastoviglie…
E’ questo il modo di comportarsi
con tuo marito, non rispondere
quando ti chiama?
E’ questo il modo in cui
il cuore si comporta
quando è scheggiato:
vuole stare da solo
con la spazzatura?"
(Louise Glück)
Vuole stare, semplicemente, al buio.
(Si intitola "Midnight" ed è una poesia dell’americana Louise Glück. L’ho tradotta io e ahimé si sente, se penso al bellissimo incipit, "Speak to me, aching heart"…)
Martedì, 15 settembre 2009 @18:28
"Sei accanto a me; la tua mano mi accarezza il viso
come se anche tu avessi sentito –
devi aver capito, in quel momento, quanto ti desideravo.
Lo sapremo per sempre, tu ed io. La prova sarà il mio corpo".
(Louise Glück)
La tua mano. La tua mano sulla mia, sul mio viso: la sento, scotta. Pelle contro pelle, tutto quello che non ci siamo ancora detti. Ma la nostra pelle, parla.
(I bellissimi versi di oggi – non sentite come scottano, come scotta il desiderio? – sono della poetessa americana Louise Glück. La traduzione, imperfetta, vacillante, è mia: il titolo della poesia è "The Encounter", L’incontro)
What’s your wish? No, non è la domanda che mi è stata sussurrata da un ex amore per le strade di Manhattan. (Peraltro, non avrei saputo cosa rispondere). E’ invece quello che la centralinista del W Hotel (dove sono stata invitata per gli ultimi giorni a New York e per le sfilate) risponde automaticamente a chi chiama. Ovvero: mi dica, qual è il suo desiderio? La mia amica newyorkese, che mi stava cercando, è scoppiata a ridere e ha risposto alla centralinista: "a million dollar", poi si è corretta: "peace on earth", pace nel mondo. Alla fine sia lei che la centralinista sono scoppiate a ridere.
L’America è fatta così, benevola, superficiale, quasi stupida a volte, ma alla fine ti strappa un sorriso. Da Starbucks, la famosissima (e ormai in crisi) catena di caffè-nei-bicchieri-di-carta (che per fortuna non è mai arrivata in Italia), che mi piace perché si può comprare il New York Times comodamente alla cassa; ora, quando paghi, ti chiedono il tuo nome. Lisa, ho detto, la prima volta, un po’ stupita. Forse il commesso, colpito da un improvviso colpo di fulmine, voleva invitarmi fuori? Niente di tutto questo. Il nome viene chiesto a tutti: perché poi, quando aspetti al banco il tuo caffè ("espresso solo", si chiama il simil-espresso che ho imparato a ordinare), vieni chiamata per nome, e ti viene porto il tuo caffè. "And have a nice day". Argh.
Altra domanda a cui non riesco ad abituarmi è il "How was your day today?", come va oggi, com’è stata la tua giornata oggi, con cui commesse e commessi ti assalgono nei negozi. Ieri io e la mia amica newyorkese abbiamo tentato di abbozzare delle possibili risposte: "Il ragazzo di cui sono innamorata non risponde ai miei sms", "Ho appena scoperto che mio marito mi tradisce", "Oggi ho un terribile mal di schiena", "Non sopporto mia madre", "Odio il mio capo", e così avanti. Ridevamo per strada. Però, sapete che c’è? E’ bello quando qualcuno ti chiede, anche solo per finta, come va. Soprattutto se lo fa con un sorriso.

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole e della poesia. Schegge di luce da trasformare in sms, da ricopiare sull’agenda, da far viaggiare per il mondo via web. Per questo mi trovate qui ogni giorno.
Troverete la mia rubrica di City, i miei articoli fintoglam per Grazia, le mie interviste. Ma soprattutto troverete me. E quando chiudete il computer, aprite uno dei miei libri!
Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, come può testimoniare rassegnato il consorte, dal profumo di rose.