Martedì, 2 febbraio 2010 @07:13
"Iniziai a capire che su di lei avevo dei diritti solo lì dove era sempre stata: sulle mie pagine, negli scritti dei miei sogni".
(Peter Manseau)
Ma in sogno ti posso stringere, ti posso abbracciare; posso immaginare la vita che avremmo potuto fare, che potremmo fare. Se solo, amore mio, tu sognassi lo stesso sogno…
(Trovate la mia intervista a Peter Manseau, che ha scritto "Ballata per la figlia del macellaio", Fazi, da cui è tratta questa frase, nel post del 25 gennaio).
Lunedì, 25 gennaio 2010 @07:45
"La duplice e divorante certezza del destino e dell’amore".
(Peter Manseau)
In questo solo posso e voglio credere: nel destino, nella mia parte di destino, nell’orizzonte sconosciuto che mi aspetta, nelle strade che mi ci porteranno. E nell’amore che il destino mi riserva, quell’amore che aspetta solo me.
(La frase che ho scelto per il Buongiorno di City di oggi, lunedì 25 gennaio, è tratta dal romanzo "Ballata per la figlia del macellaio", di Peter Manseau, Fazi Editore. Ecco l’intervista che ho fatto all’autore, e che è uscita sul Piccolo di Trieste, la città dove sono nata)
La "Ballata per la figlia del macellaio", di Peter Manseau, uscito per Fazi, ha una copertina ispirata a Chagall, e giustamente: perché il romanzo, pur scritto da un americano, è un mix bizzarro tra un quadro di Chagall, donne volanti, sogni d’amore, e rabbini che suonano il violino sui tetti degli "shtetl" russi; il tutto incrociato con Dickens, ovvero la saga buonista di un bambino povero e orfano che farà fortuna tra le strade di una metropoli, solo che la metropoli stavolta è la New York degli emigranti di inizio Novecento. Vi gira già la testa? In fondo era questa, sospetto, una delle intenzioni dell’autore: trasportarci in un mondo magico, inventato ma non troppo, yiddish ma non troppo, per raccontarci la storia di Itsik Malpesh, poeta per caso, innamorato per destino, arrivato in America clandestino a bordo di una nave; e del suo testardo, poetico, incrollabile amore per la "figlia del macellaio". Proprio la figlia del macellaio del paese, che l’ha visto nascere e a cui lui si sente predestinato… Ma perché raccontare una favola yiddish oggi, visto che, tra l’altro, l’autore non è neppure ebreo, anzi è figlio di un’ex monaca e di un ex prete? Gliel’abbiamo chiesto.
Il suo libro è la biografia poetica di un poeta che non esiste. Ma lei ha mai scritto poesie? Magari per conquistare un amore, come il protagonista del suo libro?
"Ebbene, confesso: ho scritto davvero qualche poesia, e tutte per mia moglie. Una era il regalo per il nostro primo anniversario. All’epoca stavo scrivendo il mio libro ma – si sa come sono le vite degli scrittori esordienti – lavoravo anche come falegname. La mia specialità? I tetti. Piantavo chiodi sui tetti altrui otto ore al giorno, tornavo a casa e piombavo addormentato. Così intitolai la poesia "Ballata per la moglie di un conciatetti"; per farle capire che, anche arrampicato su un tetto con un martello in mano, pensavo a lei".
Lei scrive romanzi, e ha una vita da romanzo: è figlio di un’ex monaca e un ex prete, e l’ha raccontato, in modo leggero e divertente, nel suo libro, non ancora tradotto in italiano, "Vows: The story of a priest, a nun and their son". Ha più volte dichiarato di aver usato questa storia per abbordare le ragazze alle feste… E’ stato così che ha conosciuto sua moglie?
"No, quando l’ho conosciuta avevo abbandonato da tempo questa tecnica di abbordaggio, anche perché onestamente non aveva molto successo. A dir la verità per far colpo sulla mia futura moglie le dissi che ero uno scrittore, e lei rispose: "Ah sì? E che cosa hai pubblicato?". Peccato che all’epoca i miei romanzi fossero ancora nel cassetto. Diciamo che ho passato gli ultimi anni della mia vita a cercare di essere all’altezza di quello che ho raccontato a mia moglie nei nostri primi cinque minuti insieme!"
Nel libro lei parla di "bashert", termine yiddish che spiega così: "è il destino e, quindi, può significare tante cose. In questo caso bashert è la persona con cui sei destinato a trascorrere la vita". E’ questa la sua parola yiddish preferita?
"Bashert in effetti significa destino, ma in yiddish ha una dimensione più interpersonale che in altre lingue. Parlare di bashert non vuol dire parlare solo del proprio destino, ma della persona a cui il nostro destino è legato. E’ una parola intrigante, ma non è la mia preferita. Che è invece "luftmensch", letteralmente "uomo d’aria": qualcuno che sembra vivere solo d’ossigeno. Un sognatore, insomma. Senza doti apparenti, ma con molte idee. Come il protagonista del mio libro".
Lei non è ebreo, non parla yiddish, però ha scritto un libro il cui protagonista è un poeta yiddish, completamente immerso nella cultura yiddish. Ed è stato così convincente che ha vinto un premio letterario, il National Jewish Book Award.
"Non solo: quando il libro è uscito ho avuto reazioni davvero sorprendenti! Le faccio un esempio. Il padre del protagonista lavora in una fabbrica di piumini, fatti con piume d’oca, a Kishinev, e inventa una particolare tecnica di lavorazione. Tutto frutto della mia immaginazione. Eppure sono stato contattato da una donna, che mi ha raccontato che la sua famiglia aveva allevato oche per decenni in Russia, e che sicuramente mi ero ispirato a loro! L’ho rassicurata: i segreti del commercio di famiglia erano salvi, mi ero inventato tutto…".
Quest’intervista verrà pubblicata su Il Piccolo, il quotidiano di Trieste. Anche a Trieste, come nella Kishinev moldava descritta nel romanzo, c’era un ghetto. E mio padre, triestino doc, che da bambino leggeva libri prestati da una bottegaia del ghetto, si era appassionato a uno scrittore ebreo che forse lei conosce, Israel Zangwill, e alle sue storie del ghetto veneziano.
"Purtroppo non sono mai stato a Trieste, ma Zangwill certo, lo conosco. Lo sa che è stato lui, alla fine dell’Ottocento, ebreo russo che viveva a Londra, a coniare "melting pot"? Il "calderone culturale" così tipico degli Stati Uniti: quello in cui finiscono tutti gli immigrati, di tutti i paesi, e da cui riemergono diversi, nuovi. Zangwill usò il termine come titolo di una delle sue commedie: e così è arrivato fino a noi, anche se lui è ormai dimenticato. Ma Zangwill è l’esempio di qualcos’altro che mi sta molto a cuore, e che spero di aver reso nel mio libro: di come la cultura cosiddetta "mainstream", la cultura "di massa", venga in realtà plasmata e influenzata dai bordi, dai margini. "Ballata per la figlia del macellaio" racconta di persone che vivono ai margini della società; ma è anche la storia di come tutti noi - e le nostre convinzioni, la nostra lingua – cambiamo, ci trasformiamo, ci evolviamo, con il tempo".
Venerdì, 18 dicembre 2009 @07:53
"Le mie poesie ora non sarebbero state scritte per lei o su di lei, per me sarebbero state lei. Se il mio desiderio di lei fosse stato tutto ciò che avrei conosciuto, lo avrei alimentato come se fosse stato il futuro che lei e io non avremmo mai avuto".
(Peter Manseau)
Le mie parole disegnano la città dove potremmo abitare, la casa dove potremmo entrare insieme, il letto dove potrei svegliarmi con te, ogni mattino. Vieni?
(La frase che ho scelto per City oggi è tratta da un romanzo che ho appena finito di leggere: "Ballata per la figlia del macellaio", dell'americano Peter Manseau, Fazi. Il protagonista? Un poeta yiddish all’inizio del secolo scorso, che sogna e cerca la sua "predestinata" da Odessa a New York… La cerca con il desiderio, il ricordo, la accarezza con le sue poesie. E poi - è la forza della poesia, del desiderio, del destino? - la troverà)
Lunedì, 19 ottobre 2009 @16:14
The City of Your Final Destination è il titolo di un libro, intenso e lieve insieme, di Peter Cameron (in italiano tradotto come "Quella sera dorata", Adelphi) e dell’ultimo film di James Ivory, altrettanto intenso e lieve, tratto dal romanzo (film che ho visto in anteprima!). Ho incontrato lo scrittore Peter Cameron a New York: questa è l’intervista che ho scritto per Il Piccolo di Trieste, racconto del nostro incontro.
Finalmente. Finalmente il poetico, romantico, delicato bestseller di Peter Cameron, "Quella sera dorata", è diventato un film. Ed è stato presentato in anteprima mondiale al Festival del Cinema di Roma: regia di James Ivory, nel cast Charlotte Gainsbourg, Laura Linney e Anthony Hopkins (più Omar Metwally nel ruolo del protagonista, il giovane biografo di origine iraniana). Per adesso, il titolo è ancora quello del libro in originale: "The city of your final destination". Una buona notizia, soprattutto per i fan italiani del romanzo: che, uscito nel 2006, ha avuto più di dieci ristampe. Un piccolo bestseller sentimentale, un passaparola emozionale tra lettori. Io, che ho molto amato i due romanzi di Cameron, sono ancora più emozionata: perché posso parlarne direttamente con lo scrittore, che ho incontrato a casa sua, nel Village, a New York. Non solo, mentre mi prepara un caffè (ottimo, tra l’altro, e in una tazza di finissima porcellana, quasi di scura madreperla), posso anche curiosare tra gli scaffali, tra vecchie prime edizioni di libri, quadri di inizio Novecento, e ovviamente tutte le edizioni internazionali dei suoi romanzi. In bella vista, le copertine Adelphi: oltre a "Quella sera dorata", nel 2007 è uscito "Un giorno questo dolore ti sarà utile", seguito da una raccolta di racconti, "Chi ha paura della matematica". Ambientazioni diverse, e un tratto unico: l’ironica delicatezza con cui Cameron racconta, come mi dirà lui stesso, "lo spaesamento del diventare adulti, del diventare se stessi". Ma torniamo al film. "The city of your final destination", la città della destinazione finale. Di quale città stiamo parlando? Del viaggio in Uruguay, che il giovane protagonista decide d’impulso, per convincere gli eredi dello scrittore di cui si sta occupando a dare l’assenso alla sua biografia?
"In realtà è una frase che mi ha sempre colpito in aereo, quando, poco prima dell’atterraggio, vengono date le istruzioni per i passeggeri in transito o per quelli che sono arrivati alla loro "destinazione finale". L’ho sempre trovata molto poetica. Anche se - o forse proprio perché - la città della destinazione finale è la morte".
Il libro è ambientato in Uruguay. Sono quelli i paesaggi che vedremo nel film?
"No: James Ivory ha scelto, come set, l’Argentina. Tra l’altro, io in Uruguay non sono mai stato. Quando ho cominciato a scrivere il libro, ho pensato: parto. Vado. Poi ho deciso di no. Preferivo l’Uruguay della mia immaginazione".
E’ stato invece sul set del film di Ivory?
"Sì. E spero di poter andare presto sul set di un nuovo film: quello che Roberto Faenza (proprio lui, il regista italiano, quello di "Marianna Ucrìa" e "Sostiene Pereira", tanto per citare i suoi due film più famosi, ndr), dovrebbe girare dal mio secondo romanzo, "Un giorno questo dolore ti sarà utile". Ma sarà, spero, un set decisamente più vicino: il libro è ambientato a Manhattan".
Lei vive a New York da più di vent’anni. E’ questa la città che, forse, è la vera protagonista del secondo romanzo: la storia ironica di un ragazzo che lavora nella galleria d’arte della madre, il suo apprendistato sentimentale… Ma, soprattutto, "Un giorno questo dolore ti sarà utile" è una dichiarazione d’amore per Manhattan?
"Amo New York, certo. Ma non posso fare a meno di sognare altre città".
Non ha mai sognato Trieste?
"Confesso: Trieste è nella mia immaginazione, nei miei sogni, già da molto tempo. Chissà, forse semplicemente mi aspetta. O aspetta che ci ambienti il mio prossimo romanzo".
Potrebbe scriverlo proprio a Trieste, il suo prossimo libro.
"Ho un rapporto talmente privato, interno, con la scrittura, che posso davvero scrivere ovunque. Qui a casa, sul tavolo della cucina. Oppure a un caffè, per esempio da Dean & De Luca (la catena di delicatessen dove, a New York, si va con un libro in mano o con il laptop aperto, quasi come nei vecchi caffè mitteleuropei, ndr). Ma soprattutto nelle "writers’ colony": veri e propri rifugi per scrittori nella campagna americana. Niente Internet, isolamento totale; con la possibilità, la sera, di cenare e chiacchierare con artisti e intellettuali. Ci vado ogni anno: sono la MacDowell e la Yaddo. E lì, anche, che è nato il mio prossimo romanzo".
Questo invece è il Buongiorno che ho scelto per City lunedì 19 ottobre:
"Ed eccola, la tua risposta. E’ strano che di notte non brilli di luce fosforescente".
(Boris Pasternak)
Ed eccola, la tua risposta. Eccolo, il tuo sms. Ho aspettato tanto che arrivasse. Che comparisse, sul video del computer. Del mio telefonino. Adesso, mentre leggo e rileggo, mentre quello che hai scritto si incide nel mio cuore, mi sembra che le tue parole prendano luce: la luce è anche quella della mia lunga attesa.
(La frase di Pasternak è tratta da una sua lettera a Marina Cvetaeva – bè, ormai li conoscete, no? Il libro da cui attingo è sempre "Il settimo sogno", Editori Riuniti, epistolario a tre: Pasternak, Rilke, e la Cvetaeva)
Mentre il Buongiorno del 20 ottobre è:
"Francesco ha un magnifico cappotto e molta fiducia nella vita. Io lo stesso cappotto e la stessa fiducia dell’anno scorso".
(Ennio Flaiano)
Questo è il segreto degli oggetti. La sicurezza degli oggetti. Un paio di scarpe, un cappotto, una borsa. Sono nuovi: ci aspettavano. In vetrina, o sugli scaffali di un negozio. E mentre li proviamo, li compriamo, li portiamo a casa, ci crediamo. E crederemo ogni volta, alle loro promesse di felicità.
(La frase di Flaiano è tratta da "Lettere a Lilli e altri segni", Rosellina Archinto Editore)
Infine, il Buongiorno del 21 ottobre:
"Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano. Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire".
(Banana Yoshimoto)
Qui, dove cucino e mescolo cibo ed emozioni.
(La frase della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto è tratta dal suo romanzo "Kitchen", Feltrinelli)

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole e della poesia. Schegge di luce da trasformare in sms, da ricopiare sull’agenda, da far viaggiare per il mondo via web. Per questo mi trovate qui ogni giorno.
Troverete la mia rubrica di City, i miei articoli fintoglam per Grazia, le mie interviste. Ma soprattutto troverete me. E quando chiudete il computer, aprite uno dei miei libri!
Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, come può testimoniare rassegnato il consorte, dal profumo di rose.