Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Musei che ballano, edifici magnetici e altre (vertiginose) architetture.

Sabato, 14 settembre 2013 @19:15

Oggi, su D di Repubblica, un mio articolo su architettura e vino: e su una cantina che è quasi un taglio estremo sulle colline del Chianti, quella di Antinori, raccontata dall'architetto che l'ha immaginata e progettata. Mi piace seguire le tracce di architetture visionarie intorno al mondo: ecco qualche "viaggio", sempre su D, degli ultimi mesi. Voyages autour de ma chambre, ma sempre bellissimi viaggi.

MUSEI CHE BALLANO. Un museo sulla spiaggia, che balla a ritmo di samba e bossanova. E’ il nuovo Museum of Image and Sound che si regala il Brasile, sulla spiaggia di Copacabana. E il progetto è di Diller, Scofidio + Renfro, ovvero lo studio americano che ha immaginato la visionaria High Line, la passeggiata sopraelevata e design a Manhattan, nonché l’Ica, l’Institute of Contemporary Art, di fronte all’oceano, a Boston. La samba però stavolta sembra perdere il ritmo. L’apertura del museo era prevista per la fine del 2013, ma i ritardi si sono accumulati, e soprattutto i costi sono lievitati. Un altro segno del Brasile che vacilla tra crisi e sogni grandiosi (la costosissima Coppa del mondo di calcio del 2014, nonché le Olimpiadi del 2016). Il museo peraltro è pensato in grande: non solo è sulla spiaggia, ma prevede un cinema open air sul tetto, e un ristorante panoramico in terrazza. Sulla facciata, un motivo decorativo a zig zag che cita i motivi portoghesi della "passeggiata a mare" proprio di fronte. Dentro, piani interi dedicati alla musica brasiliana e ai riti del Carnevale, ma anche alle telenovelas: l’ultima, "Avenida Brasil", ha raccolto 80 milioni di persone davanti agli schermi, e per la sera della puntata finale, la "presidenta" Dilma Rousseff ha preferito spostare un appuntamento politico. Riuscirà il museo a ballare la sua samba di fronte al mare? Gli architetti sono quelli giusti: perché, tutto sommato, sono riusciti a costruire una nuvola. L’hanno fatto in Svizzera, nel 2002, con Le Nuage; ovvero Blur Building, un’installazione sul lago di Neuchâtel, creata per l’Expo.02, dove si arrivava camminando su una passerella sospesa. Il trucco? Più di 30mila augelli che vaporizzavano l’acqua lacustre, creando una specie di effetto nebbia. Per cui l’impressione era proprio quella di entrare dentro ad una "nuvola mobile". Il segreto? "Ci piace flirtare con quello che ci circonda", risponde la serissima Liz Diller, che ha fondato lo studio con il marito, Ricardo Scofidio. Crediamole. Ci ha fatto entrare in una nuvola, sarà ben capace di costruire un museo che balla. Qui i "rendering": http://www.dezeen.com/2009/08/14/museum-of-image-and-sound-by-diller-scofidio-renfro/

EDIFICI MAGNETICI. Tre gatti romani a Shangai. Anzi uno: si chiama così lo studio 3Gatti fondato nel 2004 da Francesco Gatti. "Ho aggiunto un 3 davanti", spiega, "perché è il mio numero preferito. E perché cerco due soci". Ma anche senza soci, lo studio del quarantenne italiano a Shangai è in rapida crescita, mixando ispirazioni d’arte contemporanea all’architettura. Così è nato il museo dell’automobile a Nanjing, un origami in scala urbana; i Twin Magnets a Xian, quasi luminescenti; mentre il progetto per la nuova facciata del Madrid Pavillion, all’Expo di Shangai, ha una copertura che sembra fatta di ombrellini, con un meccanismo interno che li fa aprire o chiudere a seconda della luce. Ombrellini che, spiega Francesco Gatti, qui le donne usano davvero per proteggersi dal sole. Ma perché la Cina? "Nel 2004 ero in fuga", dice l’architetto. "Cercavo il posto più lontano e il più diverso possibile da Roma: la mia città mi ricordava un amore finito". Un motivo inaspettatamente romantico… E della Cina, adesso, cosa ti piace? "Per un architetto stare qui è fantastico. Perché, purtroppo o per fortuna, si sta costruendo tantissimo. E i clienti sono sufficientemente ingenui da permettere disastri o opportunità creative meravigliose". Dell’Italia cosa ti manca? "I romani". Un architetto che per te è fonte di ispirazione? "Scelgo un artista, più che un architetto: il cinese Ai Weiwei. Lo ammiro anche per il suo impegno etico, in un Paese difficile come questo". Tra i tuoi progetti, quello che ti sta più a cuore? "Non è sempre l’ultimo lavoro, quello a cui teniamo di più? Per me è il "Bubble Building". Una proposta forse un po’ troppo bizzarra che abbiamo fatto a un nostro cliente, per ristrutturare un vecchio palazzo nel centro di Shangai. Abbiamo pensato a una nuova facciata con dei gonfiabili in corrispondenza di ogni locale, che si gonfiano/sgonfiano interattivamente a seconda delle persone presenti in ogni ambiente, e del conseguente aumento/decremento del sistema di ventilazione". Se volete curiosare: http://3gatti.com

FAVOLE DA UN GOLFO ALL'ALTRO. Da Trieste all’Iran: gli architetti Waltritsch A+U, in collaborazione con Rndr Studio, hanno vinto un concorso internazionale per un complesso di ville private sul Mar Caspio, a nord di Teheran. Il progetto? La monumentale, e allo stesso tempo aerea, Reyhan Gate: la porta d’entrata. Sembra l’entrata del castello di una fiaba: da dove viene l’ispirazione? "Forse dalle favole che leggo a mia figlia Greta", dice Dimitri Waltritsch. "Abbiamo appena visto "Azur e Asmar" di Ocelot, cartoni animati che insegnano la tolleranza e il mix di culture, con un bimbo arabo e uno biondo che crescono insieme. Un buon augurio per il nostro progetto". Un progetto che è stato un po’ una sfida. "Sì: provarci a quattromila chilometri di distanza, in una cultura che non è la tua, ed avendo a disposizione, come punto di partenza, solo poche righe in inglese (tutto il resto in persiano), è stata una sfida positiva. Non hai familiarità con usi e costumi, ma nemmeno pregiudizi". Mai stati in Iran? "Mai, purtroppo. Ci siamo concessi di reinterpretare liberamente l’architettura e la tradizione iraniana e islamica. Ci interessavano le forme e la luce dell’architettura persiana, così come la tradizione tessile della regione". Avete scelto, come materiali, cemento bianco e acciaio corten: perché? "Il primo forma un parallelepipedo di base, il secondo svetta ad instaurare un dialogo con l’orizzonte, le montagne e il cielo. Un unico elemento di decorazione, liberamente tratto dalla tradizione persiana, si propone in rilievo sulle colonne di cemento, e perfora le pale di corten producendo un gioco di forme, motivi, ombre e riflessi". Per l’architetto Waltritsch, che è nato a Gorizia, ha studiato allo Iuav di Venezia e si è specializzato al Berlage Institute di Rotterdam, è il primo progetto oltreoceano. Ma si sa, per chi è nato in zone di frontiera (anche a Gorizia, unica città italiana, c’era un muro, quasi come quello di Berlino, a dividerla da Nova Gorica nell’ex Jugoslavia), i confini esistono innanzitutto per essere superati. Ed ecco il sito: http://www.wapu.it

Summer architecture: un’eco-piscina in mezzo al fiume, a Manhattan.

Sabato, 20 luglio 2013 @08:14

Il sogno è quello di un’eco-piscina a Manhattan: una vera e propria piscina galleggiante, con acque del fiume filtrate. Ma è anche uno dei più grandi progetti civici di "crowdfunding", di "finanziamento dal basso", al mondo: perché tutti possono partecipare. Basta comprare, semplicemente mandando una mail, una piastrella, su cui verrà scritto il proprio nome, che verrà davvero inserita nei lavori di costruzione di +POOL (è questo il nome del progetto). Molto meglio che dare il proprio nome a una stella, almeno ci si può fare il bagno dentro! E costa solo 25 dollari (ma chi vuole, ovviamente, può donare molto di più). L’eco-piscina, che ha la forma di una croce, sarà divisa in quattro parti: Kids, per i bambini; Sports, per gare acquatiche; Lap, a corsie; e Lounge, più relax. Il primo passo sarà la costruzione di un Float Lab, una specie di laboratorio galleggiante, per sperimentare il filtraggio delle acque dell’East River. E l’obiettivo finale, sempre che la raccolta fondi delle 70mila piastrelle preventivate riesca davvero, è di aprire la piscina entro il 2016, giusto in tempo per i Giochi Olimpici a NYC. Intanto +POOL sta raccogliendo le forze e l’entusiasmo di giovani creativi americani: gli ideatori, con i loro studi Family e Playlab, hanno trent’anni, e sono riusciti a coinvolgere la Columbia University, oltre a blog di architettura come Architizer e Archdaily. Non solo: il loro progetto è supportato dal visionario New Museum sulla Bowery, il museo d’arte contemporanea disegnato da un’archistar, la giapponese Kazuyo Sejima (con il suo studio SANAA); e diretto, ci piace ricordarlo, da Massimiliano Gioni, che è anche il giovane curatore della Fondazione Trussardi, e, soprattutto, della Biennale di Venezia di quest’anno. Insomma: creatività chiama creatività. E noi tutti sogniamo di fare splash guardando la skyline di Manhattan. Per vedere il progetto e partecipare: www.kickstarter.com/newmuseum

Questo è l’articolo che ho scritto, qualche settimana fa, per D di Repubblica. Nel frattempo il finanziamento "dal basso" ha raggiunto il primo step: si farà il Floating Lab! Ma tutti siamo ancora in tempo a partecipare. E’ bello, vero, quando l’architettura ha la forza del sogno e coinvolge tutti? Intanto, su D di questa settimana, di edicola oggi, un mio altro archi-pezzo, stavolta su un italiano in Cina.

Visionaria spazzatura. E altre archi-utopie.

Sabato, 6 luglio 2013 @19:13

Oggi, su D di Repubblica, trovate un mio articolo sul progetto utopico di una piscina galleggiante a Manhattan, con l'acqua filtrata del fiume. Intanto vi copio quello che ho scritto, sempre per D di Repubblica, su un altro visionario progetto: da un inceneritore rifiuti, una pista da sci. In costruzione a Copenhagen. Mi piace l'architettura quando immagina e costruisce il futuro.

"Amager Bakke è il perfetto esempio di quello che mi piace chiamare "hedonistic sustainability", sostenibilità edonistica", dice Bjarke Ingels, il giovane (ha 38 anni) architetto danese, visionario fondatore di BIG. "Ovvero, l’idea che la sostenibilità ambientale non sia un peso; anzi, che una città sostenibile possa davvero migliorare la nostra qualità di vita. E dunque, un impianto di smaltimento rifiuti che diventa anche pista da sci è il miglior esempio di una città e di un edificio che sia sostenibile dal punto di vista ecologico, economico e sociale". Dopo il concorso, vinto nel 2011, e dopo ritardi e polemiche, finalmente il cantiere di Amager Bakke, nella periferia di Copenhagen, è partito. A fine lavori la città si ritroverà con un nuovo, super-eco impianto di smaltimento rifiuti (che sostituisce il precedente, vecchio di quarant’anni; ed è "waste-to-energy", perché trasformerà i rifiuti in energia), sul cui tetto si snoderanno 31mila metri quadri di piste da sci, a vari livelli. Spazzatura ludica: un nuovo successo per Bjarke. Che, dopo aver fondato il suo BIG - Bjarke Ingels Group nel 2006, ora si ritrova con più di cento collaboratori tra Copenhagen e New York. Insomma: pensa in grande ("big", come l’acronimo che dà il nome al suo studio), e lavora in grande, con decine di cantieri aperti in tutto il mondo. Progetti ludici, spesso, come Superkilen, aperto l’estate scorsa a Copenhagen: 30mila metri quadri di parco urbano multietnico, con arredi urbani delle quasi 60 diverse nazionalità di chi abita nell’area: dalla fontana del Marocco alla piovra-scivolo dal Giappone, dai neon dal Qatar e dalla Russia ai bidoni della spazzatura tipici British. Superkilen è a tre colori: rosso per la piazza, verde per il parco, nero per il mercato. "Da ragazzo, in realtà, sognavo di diventare un fumettista: e disegnare graphic novels", dice Bjarke, che infatti ha voluto a fumetti il suo libro di architettura. Il titolo? E’ anche il suo motto: "Yes is more".
Qui per vedere i "rendering", cioè gli schizzi al computer, dei progetti: http://www.dezeen.com/2013/03/05/amager-bakke-waste-to-energy-plant-by-big/
e
http://www.dezeen.com/2012/10/24/superkilen-park-by-big-topotek1-and-superflex/

Perdere il passato significa perdere il futuro. (Ovvero: perché anche le macerie sono importanti).

Mercoledì, 29 febbraio 2012 @07:50

"Perdere il passato significa perdere il futuro"
(Wang Shu)
Il futuro è dentro di me, il passato mi insegna a guardare avanti.

Oggi la frase non è di un poeta, ma di un architetto: Wang Shu, che ha appena vinto il Pritzker Prize, una sorta di Oscar per l’architettura (ricordate la mia intervista alla giapponese Sejima, una delle poche donne a riceverlo?). Mi è piaciuta la sua frase, che ha molto a che vedere con il rispetto della tradizione (tema scottante in una Cina che rade tutto al suolo e costruisce ex novo) e i suoi edifici: soprattutto con il Museo d’arte Ningbo, dove ha utilizzato, come materiali, dei resti e detriti abbandonati nell’area. In fondo, perché no?, è anche una metafora della vita.

E, a proposito di Oscar, un dettaglio per fashioniste: l’abito dorato di Meryl Streep, che ha vinto per "Iron Lady", e quello rosso indossato da Livia, la bella moglie di Colin Firth, meritano l’Oscar per moda eco-friendly; quello di Livia è fatto addirittura di bottiglie di plastica riciclate! E’ un progetto portato avanti da Livia, appunto (si chiama Red Carpet Green Challenge), che quest’anno ha collaborato con Valentino (per il suo abito) e con Lanvin (per l’abito di Meryl). Sempre per l’importanza delle macerie. Che dite? Piacerebbe un sacco a Stella, la protagonista del mio Glam Cheap…

Il passato è un buon rifugio, ma il futuro è l’unico posto dove possiamo andare.

Lunedì, 27 giugno 2011 @08:45

"Il passato è un buon rifugio, ma il futuro è l’unico posto dove possiamo andare."

(Renzo Piano)

Direzioni.

Stavolta il Buongiorno non è di un poeta, nè di uno scrittore, ma di un architetto: Renzo Piano, uno dei più famosi architetti italiani.

Alla Biennale di Venezia: io, Sejima, e le calze di lurex.

Giovedì, 2 settembre 2010 @08:40

La prima cosa che noto di Kazuyo Sejima sono le calze: verde scuro, in lurex. Forse non è un caso: questo è un anno scintillante per l’architetto giapponese, 54 anni, la prima donna a dirigere la Biennale Architettura di Venezia (appena inaugurata), e seconda donna al mondo, dopo Zaha Hadid, a ricevere il Pritzker Prize, il più prestigioso premio di architettura. Eppure pochi, prima, conoscevano questa giapponese schiva e tenace, che con il suo studio SANAA, fondato a Tokyo nel ‘95 insieme al socio Ryue Nishizawa, ha firmato edifici poetici, lievi, tutti in "total white": dal New Museum di New York, quasi delle scatole candide in bilico una sopra l’altra; alla Scuola di Management e Design Zollverein, in Germania, un edificio bucherellato di finestre asimmetriche... Poetico è anche il titolo che ha scelto per la Biennale: "People meet in architecture". Forse perché l’architettura è sempre più un luogo di incontro? Penso a certi musei, il Guggenheim di Bilbao o il Maxxi di Roma firmato da Zaha Hadid; o ai design hotel. Ma anche il Learning Center Rolex a Losanna, in Svizzera: una costruzione sinuosa e morbida, a nastro; una specie di "università aperta" per la generazione Facebook, che è lo scenario del breve film in 3D di Wim Wenders che apre la Biennale, negli spazi bui dell’Arsenale, e dove vediamo in un buffo cameo Sejima sfrecciare per l’edificio che ha progettato, con un monopattino. Anche lei ascolta: "If buildings could talk", se gli edifici potessero parlare, è il titolo del film di Wenders e in fondo anche della Biennale. O della nostra vita…

"Il titolo "People meet in architecture" è volutamente ambiguo: non solo perché ci incontriamo in spazi architettonici, ma anche perché in questi spazi incontriamo qualcosa. Atmosfere. Suggestioni. E, in questo modo, possiamo capire qualcosa di noi. Lo vedrete in Biennale: ad esempio, nella "nuvola" di Transsolar Klimaengineering e Tetsuo Kondo".

Tutti, o quasi, gli edifici che lei ha disegnato sono bianchi: perché?

"Cerco di annullare la gerarchia tra l’interno dell’edificio, che è scuro, e l’esterno, che è chiaro. Il bianco serve a questo: a passare dall’esterno all’interno, nella luce, mantenendo la luce".

A proposito di bianco: guardando le sue architetture, mi ero convinta che lei si vestisse solo di bianco, oppure di nero. E invece: calze verde scuro di lurex, un abito lungo a grandi pois verdi e marroni…
Sejima ride.

"Le piacciono le calze? Le ho anche d’argento, sempre di lurex, regalo di un’amica. L’abito, invece, è un vecchio Comme des Garçons, avrà almeno vent’anni".

So che lei è una fan di Comme des Garçons.

"Sì. E quando ho ricevuto il Pritzker, uno dei messaggi che mi ha fatto più piacere è stato proprio quello di Rei Kawakubo, la fondatrice, che mi ha scritto quanto fosse orgogliosa che una donna, e giapponese, avesse vinto. Mi ha poi fatto un regalo bellissimo: avevo bisogno di un abito per la premiazione, a New York, e non riuscivo a trovare niente in negozio. Me l’ha disegnato su misura, in due settimane: quasi come a Hollywood!".

Mi sembra di capire che lei sia un’appassionata di shopping…

"Ma più di tutto mi piace comprare piatti".

Piatti?

"Piatti, ciotole, tazzine... A Venezia sono riuscita a scovare pezzi bellissimi, anche antichi".

Magari ha persino un "nukadoko"?

Sejima ride, sorpresa. E mi chiede: "Come fa a sapere cos’è?". In realtà l’ho appena scoperto, spiego, leggendo un romanzo: "Il ristorante dell’amore ritrovato", di una giovane scrittrice giapponese, Ito Ogawa (Neri Pozza). La protagonista, un’aspirante cuoca a Tokyo, viene lasciata dal suo fidanzato. Torna a casa una sera e scopre che lui si è portato via tutto: sedie, armadi, il letto, pentole e spezie. L’unica cosa che si è salvata è il "nukadoko" della nonna…

"Ma certo, conosco il libro: e il "nukadoko" è la ciotola tradizionale in cui ogni famiglia faceva fermentare, di notte, ortaggi per speziare il cibo. Anche noi ce l’avevamo: di mia nonna, appunto. E sa, tutto dipende dalla mano: che mescola il contenuto, ogni sera. Per questo dicono che dev’essere sempre la stessa persona, a farlo. Se cambia la mano, cambierà il sapore".

Quasi una piccola magia: in cucina, come in architettura, il segreto è questo.

(Come avete intuito, la giornalista fintoglam è stata all'opening della Biennale Architettura di Venezia. Questo è un articolo che ho scritto per Grazia).

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.