Lisa Corva

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Scrivi ogni giorno 5 cose di cui essere grato. Comincia oggi!

Giovedì, 3 gennaio 2019 @08:22

Ecco il mio articolo sulla gratitudine, che è uscito su Repubblica sabato 29 dicembre. Gratitude Journal, da allora provo farlo anch’io: penso ogni giorno a 5 cose di cui sono davvero grata. E mi sono accorta che l’elenco è lunghissimo. Comincia con il tè nero e forte del mattino, il mio è Aislaby di Mariage Frères, una vera droga.

E se la gratitudine fosse un’app? No, non sto scherzando. Visto che tutta la nostra vita ormai si concentra nei pochi centimetri di uno smartphone, era ovvio che gli americani giurassero sul potere delle app che ci insegnano ad essere grati. E di conseguenza, come insistono gli ultimi studi, ad essere più felici, meno stressati (dice il Journal of Research in Personality), e persino a dormire meglio, (secondo il Journal of Psychosomatic Research).
Insomma, "Rewire your brain in just 5 minutes", come promette lo slogan dell’app più famosa, Gratitude Journal. Ovvero, bastano cinque minuti al giorno, per elencare 5 ragioni di gratitudine: dal profumo del caffè al mattino, a un complimento inaspettato, al mazzo di fiori comprato tornando a casa… Fatelo ogni giorno per almeno 3 settimane: basta poco per allenare il cervello a dire grazie. Funziona, il Gratitude Journal: la guru americana Oprah l’ha tenuto per più di dieci anni, e nei suoi vecchi diari non ci sono considerazioni spirituali, ma piccole cose di "semplice abbondanza": fare jogging al mattino presto vicino al mare, sedersi su una panchina al sole a mangiare una fetta di melone, e certo, questo è più difficile per noi comuni mortali, Maya Angelou che ti telefona per leggerti una sua nuova poesia.
Se ci volete provare, un suggerimento analogico: carta e penna. In un mondo ormai stancamente e violentemente digitale, fatto di troppi bip e chip, trovare il tempo per scrivere a mano è un piacere prezioso. Scrivere non solo un diario, ma anche una lettera di ringraziamento. Siamo così disabituati a farlo, che Amit Kumar, docente all’University of Texas, ha chiesto a cento persone di mettere nero su bianco una "thank you note". Per ringraziare non di un regalo, ma di un gesto, di una presenza affettuosa, di un consiglio. Per dire quanto siamo riconoscenti di quello che abbiamo ricevuto. Con risultati inaspettati, commenta il New York Times che ha raccontato l’esperimento: ci vogliono magari solo cinque minuti per scrivere un messaggio, ma l’effetto – per chi lo riceve – arriva fino a "ecstatic".
Sempre esagerati, gli americani, d’accordo. Ma forse siamo davvero così affamati di attenzione e gentilezza, in questo modo di "haters" digitali. Ed è a questo che servono, allora, carta e penna: a ritrovare la strada, come su una mappa.
Dunque sì ai biglietti scritti a mano, sì ai quaderni da infilare in borsa o in un cassetto. Sempre più belli, perché la cartoleria è il nuovo trend. Con orgoglio italiano. Il premio Pulitzer di quest’anno, Andrew Sean Greer, va in giro con una mini Moleskine sempre in tasca; e Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli e una delle donne più potenti del mondo dell’arte contemporanea, ci ha raccontato che uno dei suoi piaceri shopping è comprare "cose di carta", preferibilmente Fabriano.
Carta per fermare i nostri pensieri. Scrivere per vedere nel buio. Perché, come dice la fascinosa romanziera Zadie Smith, "scrivo proprio per non vivere tutta la mia vita come una sonnambula."
E il potere della gratitudine quotidiana sta anche nell’accorgersi del bello che ci circonda. Ce lo ricorda Stefan Sagmeister, uno dei più talentuosi graphic designer al mondo, con la sua ultima mostra (fino alla fine di marzo al MAK, il Museo di arti applicate di Vienna), e con il libro appena uscito da Phaidon, intitolato semplicemente "Beauty". "Qualche anno fa, in un momento di crisi, ho preso un lungo sabbatico per capire che cosa ci rende felici. Da qui è nato il mio Happy Project (diventato poi un film e una mostra), e una consapevolezza: non sono una persona spontaneamente grata. Da allora penso di essere migliorato, anche se ho bisogno di continui "reminders". Può essere qualunque cosa ad ispirarci un senso di gratitudine, e per me è la bellezza: un lungo viaggio in treno, un dipinto del Rinascimento, entrare in una camera d’albergo". Anche per questo Sagmeister ha lanciato un invito, sul suo profilo Instagram: con l’hashtag #whybeautymatters chiede, e "riposta", le cose più belle che abbiamo mai fatto nella vita: un oggetto, una creazione grafica o d’arte. Anche questo è un esercizio, un allenamento: scoprire il potere della bellezza. Guardarsi intorno, e dentro.
Perché la gratitudine implica - sempre - un atto di consapevolezza. Devi sapere chi sei, dove sei, per capire di che cosa essere grato.


E se tu potessi tornare indietro nel tempo? Viaggio nel Novecento e un racconto di Capodanno.

Venerdì, 28 dicembre 2018 @08:48

Un viaggio all’indietro, quasi una macchina del tempo: questo è l’articolo che ho scritto per Elle, ma con una sorpresa, il racconto che Francesca Diotallevi mi ha regalato, e che qui non ho dovuto tagliare! Guardare indietro è un buon modo per andare avanti. E per dire grazie (a proposito, su Repubblica di sabato 29 dicembre, il mio ultimo articolo del 2018, che parla proprio di gratitudine!). Buon anno nuovo e coriandoli per terra a tutti.

Un viaggio all’indietro, quasi una macchina del tempo: è quello che promette M9, il nuovo museo inaugurato a Mestre. Completamente multimediale, e dedicato alla storia del Novecento italiano (www.m9digital.it). Un applauso per l’architettura: facciate multicolor di tasselli di ceramica, su progetto dello studio berlinese Sauerbruch Hutton (marito e moglie, Louisa Hutton: bene per le donne che costruiscono!). Nell’ideazione del museo sono stati coinvolti 47 storici; i materiali digitali (6.000 foto, 820 video, 400 file audio) provengono da 150 archivi. Un viaggio nel tempo: ma tu, in che punto del Novecento, in che piazza, fabbrica, casa vorresti tele-trasportarti?
L’ho chiesto a Marta Verginella, storica e accademica: "Vorrei tornare ai tempi dell’Assemblea Costituente, dal giugno 1946 a Palazzo Montecitorio, quando solo il 5,5% dei deputati non aveva il titolo di studio universitario, e si posero le basi costituzionali dell’Italia democratica e antifascista, che oggi vedo minacciata. O, sempre a Roma, nelle piazze dei cortei femministi degli anni Settanta, gonne a fiori e slogan, quando si raccoglievano le firme per la depenalizzazione dell’aborto e per la legge di iniziativa popolare sulla violenza sessuale, e si credeva che la parità tra i sessi fosse dietro l’angolo".
Ma l’ho chiesto anche a Francesca Diotallevi, l’ultima delle scrittrici che quest’anno si sono misurate con la storia (vincendo il premio Strega, a Helena Janeczek con "La ragazza con la Leica", Guanda; e il premio Campiello, a Rosella Postorino con "Le assaggiatrici", Feltrinelli). Francesca Diotallevi ha invece scritto "Dai tuoi occhi solamente" (Neri Pozza), intorno alla fotografa-mito Vivian Maier, un libro-biografia poetico, che mi è molto piaciuto. E mi ha regalato questo racconto:
"È la notte di San Silvestro del 1965, a Genova. Per terra le stelle filanti si afflosciano sui sanpietrini umidi, tra le schegge di vetro. L’aria è pervasa di risate e cori che sfumano lontani, il fiato gela tra le labbra.
Una giovane donna svolta in Via del Campo e cammina fino alla Piazza, che porta lo stesso nome. È colorata, Piazza del Campo, con le tinte accese dei palazzi intonacati, è rumorosa, gioiosa. Sedute sugli scalini davanti all’ingresso di una casa ci sono cinque ragazze che chiacchierano ad alta voce. Hanno i capelli cotonati, gli occhi bistrati di nero e le minigonne corte sulle gambe slanciate; gesticolano con ampi gesti delle mani, intente in una animata discussione. Due di loro, nel frattempo, coccolano un cagnolino, uno di quei bastardini dal pelo arruffato e gli occhi languidi. La giovane donna si avvicina, sorride. Ha una macchina fotografica appesa al collo e la solleva per mostrarla alle cinque ragazze. «Posso scattarvi una fotografia?» domanda.
Le cinque la scrutano, dapprima sospettose, poi, davanti allo sguardo aperto della sconosciuta, ai suoi capelli corti così irriverenti, al soprabito di seta lucida, mettono da parte la diffidenza.
«Ma certo, tesoro. Come vuoi che ci mettiamo? Così?» ride una di loro, scimmiottando una posa. «Siate voi stesse» risponde la giovane, sollevando la fotocamera all’altezza del volto. Davanti all’obiettivo, le cinque ragazze sembrano rilassarsi improvvisamente. Sono loro stesse fino in fondo. Cinque donne nate nel corpo sbagliato. Un corpo che hanno odiato e combattuto con ferocia, fino a scendervi a patti nella resa di un’orgogliosa emarginazione. Un corpo che stride con l’anima di ognuna di loro, che le ha portate a vivere una vita difficile, anticonvenzionale. Un corpo da maschio, sbagliato, che devono vendere per poter sopravvivere.
Il flash le illumina con i sorrisi distesi e gli occhi consapevoli di quanta sofferenza occorra per afferrare la libertà, per tenerla stretta. Belle, bellissime, e libere.
La giovane donna abbassa la macchina fotografica, ringrazia.
«Come ti chiami, dolcezza?» domanda una di loro, le labbra pitturate di rosso, lo sguardo acceso di malizia.
«Lisetta» risponde la giovane. «E tu?»
«Morena».
Si salutano, la giovane donna riprende la sua strada. È Lisetta Carmi, e verrà ricordata come una delle più talentuose fotografe italiane. Alle sue spalle Morena ricomincia a chiacchierare a ruota libera. Un giorno le sue labbra color carminio ispireranno un grande cantautore che in quella via ci passa ogni giorno. Verrà ricordata come Bocca di Rosa.
In quella piazza, quella notte di tanti anni fa, è andato in scena l’incontro tra due spiriti liberi insofferenti a regole e imposizioni. È lì che vorrei tornare".



Io, invece, vorrei tornare agli anni del Novecento in cui le mie nonne erano bambine: non so niente della loro infanzia, vorrei vedere come giocavano, toccare le loro bambole, sedermi per terra e giocare con loro.

Traduco la parola amore, sei tu.

Lunedì, 24 dicembre 2018 @09:45

Traduco la parola amore, la sbuccio, la capovolgo, la guardo in controluce.
Traduco la parola amore, sei tu.

Due calendari dell’avvento, una Sachertorte e tre libri.

Mercoledì, 12 dicembre 2018 @09:51

Adventskalender: uso il nome in tedesco, perché il primo, superclassico e nordico, è il regalo di un amico artista berlinese. Una chiesa coperta di neve in una vera Winterwonderland. Il secondo, invece, è di un tipo che non avevo mai visto, ed è il regalo di un’amica che lavora nel design: coloratissimo, ogni finestra… una bustina di tè. Speziato, verde, con la cannella, o con il lychee… Bellissima idea, vero? Poi c’è una Sachertorte, quella vera, arrivata nella sua scatola di legno dall’Austria. E tre libri. 2, 1, 3: una piccola aritmetica di dicembre.
I libri li ho preparati come regalo, ma sono anche un passaparola, pensando a quello che io stessa vorrei leggere in questo periodo. E dando per scontato che abbiate già letto "Tutto quello che un uomo", di David Szalay, Adelphi, che ho letto, recensito e incontrato quest’anno, e che è sicuramente il miglior libro del 2018 secondo me. Ora aspetto il suo "Turbulences" che è appena uscito in Inghilterra, e che spero Adelphi pubblichi l’anno prossimo.
Allora:

UN CLASSICO. Quando ho più tempo, in genere d’estate, ho sempre voglia di leggere/rileggere un classico. Il piacere, negli ultimi anni, di riprendere in mano la mia vecchia edizione sottolineata con matite diverse di "Guerra e Pace", o di comprare la nuova traduzione di "Anna Karenina"… Stavolta, però, il classico è un non-classico. Ovvero un libro scritto nel 1975, ma in un linguaggio così semplice, da favola cittadina (sbaglio o solo a me ha fatto venire in mente "Il piccolo principe" di Saint-Exupèry?). Il libro è "La vita davanti a sé" di Romain Gary: un libro-che-mi-aspettava, perché me ne avevano parlato, perché me l’avevano regalato… Eppure l’ho preso in mano solo adesso, nella nuova edizione Neri Pozza con i disegni di Manuele Fior. Di cosa parla? Di un bimbo arabo senza famiglia, Momo, che cresce a Parigi, in un quartiere disastrato, la Belleville dell’inizio degli anni Settanta, con una vecchia ex prostituta ebrea. Un libro pieno di pietà e di umorismo, che ci spiega che alcune cose tornano sempre (la guerra, la miseria, le migrazioni, la paura, il dolore) ma che l’amore – l’amore che arriva dalle persone più improbabili – ci insegna a sperare e sopravvivere.
UN AMORE. Se hai già letto tutta Jane Austen (a volte anche riletto), cosa puoi fare? Puoi leggere Elizabeth von Arnim (fatto), puoi leggere Nancy Mitford (fatto), puoi andare su qualche variante British anni Trenta come Stella Gibbons (fatto)… Insomma, tutte le pagine d’amore con umorismo che piacciono a me. Lievi, intriganti, commoventi, buffe. Ora ne ho scoperto un’altra, di queste scrittrici light, grazie ad Astoria, la piccola casa editrice milanese con i suoi libri rossi. Lei è Georgette Heyer, il libro è "Il tavolo del faraone" (che era un gioco di carte, nell’Inghilterra dell’Ottocento). Un lui e una lei, avventure, cavalli, debiti di gioco, sfacciataggine e una Londra che non c’è più (o forse c’è ancora, solo che non si gioca a carte e non si fanno passeggiate in calesse). Georgette Heyer ha ambientato tutti i suoi romanzi (era une vera bestsellerista!), in epoca Regency, ovvero l’epoca di Jane Austen; anche se lei in realtà ha vissuto nei primi del Novecento e nella foto la vediamo con doppio filo di perle. Ma abbiamo tutte bisogno di sognare, e di riderci su, aspettando un Mr Darcy qualsiasi; e Heyer lo fa con destrezza, tanto che è stata amata da una scrittrice super-sofisticata come Antonia Byatt (l’avete letto, vero "Possessione", tradotto magistralmente da Einaudi, su cui avevo tanto pianto secoli fa? Se non l’avete letto, compratevelo per Natale…). Dunque grazie Georgette. E grazie a Monica, l’editrice, che riesce sempre a sorprendermi con le sue scelte. Leggete qui il nostro incontro e l’intervista che le ho fatto: http://www.lisacorva.com/it/view/1785/
UNA RIVOLUZIONE. Perché c’è sempre una rivoluzione di cui abbiamo bisogno. Ci sono sempre speranze per un mondo migliore: è per quelle che si lotta, ci si batte, si va in piazza. Sempre, in ogni parte del mondo. Non voglio fare qui un elenco delle donne, o degli uomini, che combattono: dico solo che sono molto toccata dal Nobel della Pace 2018 che è andato a Nadia Murad, ragazza irachena della minoranza yazida stuprata, schiavizzata, che dopo essere riuscita a fuggire ha avuto la forza di portare avanti la testimonianza del genocidio e la richiesta di giustizia (e in questo è stata aiutata da Amal Clooney, la bella e dolcemente invidiata moglie di Clooney che è un’avvocatessa per i diritti umani). Ma la forza della rivoluzione, la voglia di libertà e di giustizia è quello che trovate nelle pagine di "Sono corso verso il Nilo", di Ala al Aswani (Feltrinelli). Un libro potente, duro, necessario. La rivoluzione è quella, soffocata, di piazza Tahrir, nel 2011, al Cairo. Le voci e le storie che si intrecciano – voci e storie anche d’amore, non solo di torture e prigioni – sono quelle che ci ricordano che no, non bisogna far finta di niente. Non bisogna chiudere gli occhi, su quello che succede in un altro continente o all’angolo di casa. La banalità del male è schiacciante, ma noi crediamo nella forza dei sogni e del bene. E anche un libro serve.

Dicembre, cerco punti luce.

Lunedì, 3 dicembre 2018 @07:53

Dicembre, cerco punti luce.

Dicembre è una parentesi di luce nel buio. Mi sveglio che è ancora buio; e il buio poi torna presto, così presto, nel mezzo del pomeriggio già ti avvolge. Per questo a dicembre cerco punti luce. Le luci che si accendono tra i grattacieli, che illuminano le vie, gli specchi d’acqua nelle città, i palazzi. Le luci che accendiamo a casa: candele, piccoli led a intermittenza. Ma i punti luce che cerco sono soprattutto quelli nel futuro: "punti luce", frase che mi ha regalato un’amica, frase che accarezza la malinconia. Cercare sull’orizzonte piccole e grandi cose che mi faranno felice. Semplice abbondanza.

Intanto vi regalo una frase che era stata un mio #spillo e che mi piace sempre tanto, non perdiamola:
"I cieli grigi e le luci di dicembre sono la mia idea di gioia segreta.". È del canadese Adam Gopnik. Il Natale, dentro.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.