Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Piccole Donne reloaded.

Sabato, 9 gennaio 2010 @08:59

Dunque ho riletto Piccole Donne. L’ho finito il giorno di Natale, in Laos, sdraiata guardando un fiume e le montagne – niente di più lontano dalla stanza con il camino nel New England di fine Ottocento, dove si apre il libro. Ricordate? "Natale non è Natale senza regali", si lamentò Jo, sdraiata sulla coperta.
Già, Jo. Perché ci piaceva, Jo? Perché mi piaceva? Lo riscopro adesso, e mi fa un certo effetto. Jo mi piaceva perché in fondo era una pre-femminista: lei sogna, vuole, fortissimamente vuole; non amore però, non l’amore romantico, ma l’indipendenza. Si rifugia in soffitta a mangiare mele rosse, leggere e piangere sui libri che divora, e scrivere, scrivere. (Poi pubblicherà, come pubblica la Alcott, che da giovane, con uno pseudonimo, si guadagnava da vivere scrivendo racconti thriller e horror). Jo si permette persino di dire di no a Laurie, il vicino bello, ricco e orfano, che si innamora di lei (e che poi sposerà la sorella Amy, la pre-fashionista). E questo, adesso come allora, non glielo posso perdonare: come si fa a dire di no a un sogno d’amore?
Scoprirò poi, leggendo la prefazione, che anche le lettrici di fine Ottocento non l’avevano perdonato, a Louisa May Alcott; la scrittrice nei suoi diari racconta che, dopo l’uscita del primo libro della saga, fu sommersa da posta delle fan che reclamavano che Jo sposasse Laurie, o che per carità, che sposasse qualcuno… La Alcott lo dice con un certo divertito orrore. Lei voleva che Jo rimanesse come lei, una "literary spinster", una single indipendente e colta, libera di andare per il mondo, scrivere, viaggiare. (E, in tempi pre-Medici senza Frontiere, aiutare comunque gli altri: la Alcott partì come infermiera volontaria negli ospedali di Washington, durante la Guerra di Secessione; fu lì che si ammalò, una malattia che l’avrebbe portata alla morte). Lei, che veniva da una famiglia di pre-hippy, sempre senza soldi, di grandi ideali, e che non si sposò mai. E dunque cosa fece la Alcott, davanti alle richieste delle noiosissime fan? Cedette. Si inventò un uomo più grande, il professor Bhaer: ricordate, l’emigrato tedesco dalle "mani vuote" ma dal cuore buono? E lo affibbiò a Jo, con tanto di scuola progressista aperta con una provvida eredità della zia March (la scuola è in omaggio a suo padre, che fu davvero un pioniere dell’educazione moderna e dell’emancipazione femminile, criticato e osteggiato), nonché due bambini con il professore. I biografi della Alcott sostengono che il professor Bhaer era in realtà una "compilation" di tutti gli uomini importanti della sua vita: il padre, ma anche Ralph Waldo Emerson, amico del padre, scrittore e filosofo, Thoreau, l’educatore Frank Sanborn (non a caso a queste figure si è ispirata Geraldine Brooks per "L’idealista", Neri Pozza, in cui dà voce proprio a lui, al padre delle Piccole Donne, e qui come al solito mi perdo e Faccio Trama, scusate).
Torniamo a Jo. Alla Alcott, che la vuole indipendente e libera; che vuole che la sua felicità non dipenda da un sogno d’amore. Forse in questo sta, ancora oggi, la forza delle Piccole Donne: la forza che da fine Ottocento porta le donne avanti, sempre più avanti. Verso il voto, la politica, il lavoro, la carriera; verso un posto nel mondo, che non sia a casa, accanto al camino, a rammendare calze. (Quante calze rammendate nel libro! Se penso che adesso le buttiamo, senza pietà. E che tenerezza leggere che "a real lady is always known by neat boots, gloves and handkerchief", ovvero che una vera signora si riconosce dagli stivaletti impeccabili, dai guanti e dal fazzoletto. Ora niente fazzoletti ricamati ma kleenex di carta, e i guanti si usano solo d’inverno; non abbiamo più il problema di Meg e Jo che vanno al ballo con un guanto buono per una, perché Jo come al solito li ha rovinati con il fuoco o con l’inchiostro…).
Il rammendo. E la povertà: l’antenata della recessione. In tempi di eurostress penso che alla Alcott sarebbe stata simpatica la mia Stella glam cheap, e penso soprattutto che Stella avrebbe potuto imparare qualcosa. Non necessariamente a rammendare (anche se mi sembra un’arte che le secessioniste e fashioniste dovrebbero riscoprire), ma per la fierezza. Già: le Piccole Donne sono povere, ma non si sentono povere: la povertà vera, loro lo sanno, non è la mancanza di un abito di seta per il ballo (anche se lo desiderano, eccome, come oggi desideriamo una it-bag che costa come un affitto); la povertà vera è la mancanza di amore, tenerezza, ideali, altruismo e sogni. E, posso aggiungere?, poesia.
Dunque, se non voglio più assomigliare a Jo, se mi sento già abbastanza Jo, a chi voglio assomigliare? Il punto forse è che le Piccole Donne reloaded vogliono essere Jo (single con un bel lavoro, fiere e indipendenti); ma anche Amy (che non si vergogna di sospirare per i vestiti di seta). Vogliamo il lavoro e l’indipendenza, ma anche lo shopping. E l’amore, of course. Vogliamo poter dire di sì a Laurie. Vogliamo aver voglia di dire di sì a Laurie. A Mr. Big. Immagino la Alcott che ci guarda ironicamente dalla sua scrivania di fine Ottocento, lei che ne ha dovuto rammendare tante, di calze; e mi chiedo cosa ne penserebbe, di Carrie. Carrie che, cent’anni dopo, è riuscita ad essere fiera e indipendente come Jo, fashionista come Amy. Eppure, anche lei come noi, sogna Mr Big. Che dici, cara Alcott, ci proviamo ancora?

24 commenti

LISA | Mercoledì, 13 gennaio 2010 @07:41

Allora buon viaggio, SPERANZA che parte per l'Africa. Africa dove? Ci racconterai?

CHE COINCIDENZA | Martedì, 12 gennaio 2010 @22:50

P.S. SONO "SPERANZA"

CHE COINCIDENZA | Martedì, 12 gennaio 2010 @22:49

MI COLLEGO DOPO TANTO TEMPO IN QUESTO CHE E' STATO IL MIO " RIFUGIO", E COSA TROVO? PICCOLE DONNE. NEI GIORNI DI NATALE HO TRASCORSO UN POMERIGGIO, PRESA, COMMOSSA, A RIVEDERE IL FILM DEL '49. PICCOLE DONNE E' STATO IL MIO LIBRO GUIDA NELLA FASE DELLA PRE-ADOLESCENZA, AMAVO QUELLA FAMIGLIA DI DONNE, AMAVO TUTTE, MA AMAVO SOPRATTUTTO JO, IO "ERO" JO...
IN REALTA' NON SONO CAMBIATA, VORREI SEMPRE ESSERE JO, UN PO' MASCHIACCIA, UNA CHE FA A PALLATE DI NEVE SE NECESSARIO.
UN CARO SALUTO LISA, IN QUALUNQUE ANGOLO DEL MONDO TU SIA. IO STO PARTENDO PER UN PICCOLO VIAGGIO IN AFRICA, NULLA ANCORA E' CAMBIATO NELLA MIA VITA DI ASPIRANTE, ANCHE SE QUEGLI ANNI HANNOINEVITABILMENTE CAMBIATO ME, NON TROPPO PERO' GRAZIE AL CIELO... BUON 2010 A TUTTI/E

LISA | Lunedì, 11 gennaio 2010 @08:36

No, SIMONA, non mi sono dimenticata di Meg. Anzi, come ho scritto, la sua mi è sembrata una bellissima lezione di romantico coniugale e di "manutenzione degli affetti". (Ma, e in questo hai ragione tu!, con delle punte da "desperate housewife", vedi quando tenta di fare le marmellate in casa...).

Simona | Domenica, 10 gennaio 2010 @18:50

Bellissimo questo tuo pezzo sulle Piccole Donne versione 2010 (Sex And the city, recessione, nuove povertà). Anch'io sono stata una fan delle 4 donnine e ricordo che fu ill primo libro "serio" regalatomi dalla mia bisnonna. Passavo ore a ricopiare la copertina dell'edizione Mursia e quando mi capita di ritrovarla in qualche biblioteca, il cuore, sarò cretina, si emoziona. Penso che per tutte noi nate negli anni '60 i caratteri delle 4 ci dessero la possibilità di immedesimarci, di trovare la nostra identità: chi vuoi essere? Jo? Amy? Meg? Beth. Niente a che vedere con il gioco della Mattel "La reginetta del ballo", altro tormentone e pietra migliare della mia infanzia. All'epoca non avevamo molte Carry o altre eroine del tubo catodico nelle quali immedesimarci come hanno ora le teen ager: nella mia classe di quinta elementare spadroneggia "Il mondo di Patty" e va di moda fondare i club. Per me, che sono sempre stata attratta dall'arte, dalla scrittura, dalle questioni educative-pedagogiche e, come tutte, dai love affair, "Piccole donne" rappresentava tutto. Però ti sei dimenticata di Meg, quella che diventava casalinga, che aveva due gemelli e che sposava il precettore di Laurie: adesso chi potrebbe essere? una "desperate houswife"? E Beth? Ma forse la sofferenza- ricordate? moriva giovanissima - non vogliamo vederla. Approfitto per fare a te e a tutti/e gli auguri di buon anno

LISA | Domenica, 10 gennaio 2010 @14:16

A PROPOSITO DI JO. Per SAROTTA: sai che sono d'accordo con te? Perché Jo finisce per seppellirsi in una casa-scuola con un professore new age nonché agé? Seppure, e in questo ha ragione FRANCESCA C., se lui è Gabriel Byrne ha, come dire, un suo perché. Ed è vero, SAROTTA, ci dimentichiamo sempre che Amy dipinge. Non solo. Ha il coraggio di capire che non ha talento: forse il suo talento è semplicemente nel trasformare la sua vita in un'opera d'arte (e nello scegliere i vestiti giusti, Carrie-style). Per GILDA: quello che mi è piaciuto di Meg è lo sguardo sul romantico coniugale - e sui compromessi della vita coniugale. Modernissimo! Per CLAUDIA MDG: sì, molto di Piccole Donne è autobiografico. Le quattro sorelle, innanzitutto. Una madre risparmiosa e battagliera che farà da modello alla Marmee del libro. Un padre pre-hippy, filosofo, amico di filosofi, perennemente indebitato. La Alcott, come Jo, non vedeva l'ora di guadagnare per aiutare madre e sorelle (per questo si mise a scrivere racconti "gotici", che non firmava con il suo nome); ma al contempo per tutta la vità subì - per fortuna! - il fascino degli ideali rivoluzionari in cui crebbe. Non si sposò, e quindi voleva, come ho scritto, che Jo le assomigliasse di più: l'aveva immaginata "literary spinster", una single colta e indipendente come lei. Ma le fan golose di happy ending protestavano... Quello che ho scoperto è che la Alcott che forse, chissà, avrebbe voluto sposarsi e avere dei figli, crebbe comunque la bimba di sua sorella May, morta dopo il parto a Parigi, dov'era andata a studiare disegno (come Amy nel libro). Per la nipote, Lulu, la Alcott scrisse, prima di morire, favole e favole: Lulu's Library.

Francesca C | Domenica, 10 gennaio 2010 @13:52

Per Anonimo: se si parla di David Byrne, la "parolaccia" (comunque quella che ho usato non è più considerata tale dalla giurisprudenza, ma termine del lingua parlata) è da intendere come rafforzativo

LISA | Domenica, 10 gennaio 2010 @13:47

Per ANTO77 che ha incontrato Emma: grazie! E' bello sapere che le mie eroine viaggiano, finiscono sui vostri comodini, nelle vostre case...

LISA | Domenica, 10 gennaio 2010 @13:45

Per MARGHE: è triste iniziare l'anno con questo peso sul cuore. Hai voglia di riscrivermi e di raccontarmi meglio la tua storia di aspirante madre? (Che spero nel frattempo abbia incontrato il mio libro ed Emma...)

anto77 | Sabato, 9 gennaio 2010 @22:34

perdonami, sto scrivendo al buio e ho sbagliato il titolo del tuo libro....PERDONO

anto77 | Sabato, 9 gennaio 2010 @22:33

Ciao Lisa, bentornata!!!
Devo ancora leggere i tuoi racconti di viaggio, ma provvederò presto.
Volevo dirti che ho finito anche Cobfezzioni di una aspirante madre.... complimenti ancora.
Devo rileggermi Piccole Donne... mi hai incuriosito.
Buon 2010.
Anto77

Carla | Sabato, 9 gennaio 2010 @21:31

Come sempre tu hai saputo, meglio di me, dire quello che io vorrei dire ai miei ragazzi! Non importa se io pensavo a loro e se tu pensavi piccole donne diventate grandi. Scrivi, Scrivi, Scrivi... io troverò il modo di farlo leggerlo a tutti(grandi e piccole)

claudia mdg | Sabato, 9 gennaio 2010 @19:15

Mi i incuriosisce molto Louisa May Alcott, l'autrice di "Piccole donne" Era, come Jo, la seconda di quattro sorelle, e pare si sia ispirata alla sua vita familiare per il romanzo. Ha scritto molte altre cose, anche utilizzando uno pseudonimo maschile. Pare che la maggior parte dei suoi scritti siano molto diversi, per argomenti e contenuti, da "Piccole donne". Come Jo, Louisa May amava le storie a tinte forti, e alcune sue opere, scabrose per l'epoca, sono state rifiutate dagli editori e pubblicate solo dopo la sua morte. Per lei pubblicare era importante perché doveva mantenersi da sola (a differenza di Jo, non si è mai sposata), quindi è possibile che, per avere successo, sia scesa a compromessi con la morale del suo tempo. Anche così, Jo per me rimane uno dei personaggi femminili più riusciti della letteratura dell'Ottocento.

Muzz | Sabato, 9 gennaio 2010 @18:20

Bel pezzo.Anche quando si perde un po' tra le trame e la punteggiatura si,devo dire,si perde con un gran stile.

gilda | Sabato, 9 gennaio 2010 @17:53

bellissimo il tuo pezzo, lisa, come sempre. meraviglioso piccole donne anche per me che, invece, non ho mai amato tanto jo ma sognavo più un matrimonio e uno status di donna realizzata nella coppia come la posata e matura meg (e piangevo disperata per la malattia di beth). il problema di oggi? voler essere meg-jo-amy e beth tutte in una....e la corsa per esserlo, e per essere più delle altre, 4 piccole donne in un'unica sola donna bionica in competizione con le altre....ci vedesse la alcott....povere noi!
ti bacio forte forte
gilda

marghe | Sabato, 9 gennaio 2010 @17:18

Io ho iniziato il 2010 con la certezza che nemmeno questo sarà l'anno della mia maternità.
Ho 32 anni, un compagno più giovane, un profondo desiderio di maternità, e un altrettanto profondo diniego da parte di quello che non vuole essere nè marito per me, nè padre dei miei futuri(????) figli.Buon anno. A tuttI.

Anonimo | Sabato, 9 gennaio 2010 @16:29

Per Francesca:E ti e scapato una parolaccia che non va d'acordo con le poesie.

Marco Brando | Sabato, 9 gennaio 2010 @14:48

:-)

Francesca C | Sabato, 9 gennaio 2010 @14:41

E ho dimenticato l'accento su agé, sono la regina del refuso

Francesca C | Sabato, 9 gennaio 2010 @14:40

Ho messo una s di troppo alla fine di Sarandon

Francesca C | Sabato, 9 gennaio 2010 @14:37

Non so, non so, non so. Ero quasi decisa a de-Josephinizzarmi, ma poi, il giorno di Natale, ho rivisto il film. Non quello con Liz Taylor, ma il più recente, quello con Susan Sarandons e Winona Ryder (tra l'altro, ricordo che il primo articolo che passai quando fui assunta a Grazia parlava proprio del film e feci un box con un'intervista a Lidia Ravera, pensa i ricordi). E Winona Ryder era Jo, che alla fine si becca pure uno un po' age, ma cazzo, è Gabriel Byrne. Chi l'avrebbe barattato con quella specie di damerino senza sugo che interpreta Laurie? Che noia, dal punto di vista intellettuale e sessuale.... E chi di noi preferirebbe essere quel tacchino che fa Amy da adulta e della quale infatti nemmeno ricordo il nome?
Jo, Jo, Jo.

Sarotta | Sabato, 9 gennaio 2010 @13:48

Piccole Donne l'ho letto e riletto in diverse fasi della vita, da piccola e poi da adulta. Quando ero piccola, amavo Jo e detestavo Amy. La prima era per me l'eroina forte e indipendente, l'altra la vuota modaiola frivola. Naturalmente, la visione bianco-nero si è molto attenuata negli anni e oggi ho rivisto la mia opinione sulle due...Jo non mi piace più come prima, non le perdono la svolta 'new age' del finale (ecchecaspita ragazza mia, se sei indipendente vai, viaggia, conosci, esplora, non ti andare a tumulare nella casa-scuola con il professore! Fallo, ma dopo aver viaggiato almeno un po'...). Ho rivalutato parecchio Amy: frivola, ma solo apparentemente. Mica è colpa sua se è nata con riccioli biondi, bellezza da far girare la testa e gusto spiccato per la moda! Inoltre non solo di moda si tratta, perché ci si ricorda sempre che Jo è una scrittrice, ma quasi mai che Amy dipinge e pure con una certa sensibilità! Amy reagisce con dolore eppure con capacità di reagire alla morte della sorellina e dimostra tutta la sua tenerezza alla fine del libro, quando tiene in braccio la sua bambina (che, si intuisce, non si sa se diventerà mai grande). Insomma, diciamo che alla fine mi pare il personaggio più credibile delle quattro, con una femminilità tutt'altro che fragile, pronta ad innamorarsi, spiritosa...e magari un po' frivola. Ma che c'è di male?

giulia la studentessa fiorentina | Sabato, 9 gennaio 2010 @12:15

Grazie Lisa per questo ritorno nel libro che più ho amato e amo. Ho finito anch'io di leggere poche settimane fa la raccolta con tutti i 4 libri e continuavo a rivedermi in Jo, l'adoro fin da bambina (fu il primo libro che lessi a 6 anni!). Jo è il riscatto, è colei che ce l'ha fatta; forse in quel momento stare con Laurie avrebbe significato non partire, non conoscere meglio il mondo..magari non scrivere il suo di libro. I Laurie vanno e vengono e sono sicura che quando è quello giusto, niente potrà fermarti dall'aver voglia di dire di sì!
Colgo l'occasione per farti tanti auguri Lisa, era da tanto che non scrivevo!

Jo | Sabato, 9 gennaio 2010 @11:16

La povertà vera è la mancanza di poesia... Adesso vorrei uscire fuori e dire a tutti, ecco, vedete, non sono l'unica a pensarlo!
Ciao Lisa

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.