Lisa Corva

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Poter passeggiare nel passato. (Simone de Beauvoir e la sua traduttrice).

Giovedì, 3 luglio 2014 @07:50

"Sarebbe bello, pensava spesso, se il passato fosse un paesaggio in cui ognuno potesse andare in giro a suo piacimento, scoprendone poco a poco i meandri, le pieghe."
(Simone de Beauvoir)
Che meraviglia, poter passeggiare nel passato. Le città dove abbiamo abitato, la casa dell’infanzia, le persone che ci hanno tenuto in braccio e ci hanno amato.

Il Buongiorno di oggi (che è anche il mio #spillo su Gioia) è tratto da un libro speciale, un inedito di Simone de Beauvoir appena pubblicato in Italia ("Malinteso a Mosca", Ponte alle Grazie). Speciale anche perché ho intervistato la traduttrice, Isabella Mattazzi, amica "virtuale" con cui sento di avere molto in comune: il piacere dei libri, delle passeggiate nel passato, e il piacere di parlare di Simone de Beauvoir.

Simone: che cos’è per te? Che cosa può ancora insegnare, alle ragazze e alle donne di oggi?
La figura di Simone de Beauvoir è talmente centrale per la nostra storia di donne occidentali che mi è sempre sembrato scontato ricordarlo. Quest’anno però - proprio perché stavo lavorando su "Malinteso a Mosca" - mi sono ritrovata per la prima volta a parlare di lei con i miei studenti in Università. Silenzio imbarazzato in aula. Mia assoluta sorpresa di fronte a questo imbarazzo. Le ragazze di vent’anni non hanno la minima idea di chi sia Simone de Beauvoir. Ma soprattutto, le ragazze che mi trovo di fronte ogni giorno a lezione non sanno che quanto oggi sembra a loro del tutto scontato – anche semplicemente il fatto di trovarsi in un’aula universitaria accanto ai loro colleghi maschi - è invece qualcosa di relativamente recente, frutto di una precisa volontà politica e culturale non certamente astratta, persa in un passato fumoso chiamato Storia, ma estremamente concreta, fatta di nomi, di testi, di idee. Ricordare Simone de Beauvoir, raccontare cosa ha detto, come ha vissuto, ha significato quindi per me un vero e proprio passaggio di testimone da una generazione all’altra. Da mia nonna che è stata una delle prime donne a fare il liceo classico, a mia madre che negli anni Settanta scappava sotto i lacrimogeni a Milano durante le cariche della polizia, a me che oggi posso fare il lavoro che ho sempre voluto e insegnare in un’Università italiana, a loro che domani, a loro volta, si ricorderanno di me che a lezione raccontavo della de Beauvoir e così via…

La sua storia d’amore con Nelson Algren, quella che racconta dentro "I mandarini", è a mio parere una delle più belle, toccanti, struggenti storie d’amore e passione mai raccontate. Credo di averla letta e riletta più volte, sottolineata e assimilata – solo quel capitolo, perché il resto del libro mi è scivolato sopra senza lasciar traccia. Tu, cosa ne pensi, che effetto ti fece? Secondo te Simone non avrebbe dovuto rinunciare a lui, sarebbe dovuta rimanere? Così, tanto per fare della fantascienza sentimentale.
Credo sia molto difficile giudicare un amore. Anzi, direi impossibile, perché se giudicare non significa altro che ri-vivere (simbolicamente) un’esperienza già accaduta (realmente), in amore giudicare-rivivere una relazione si compie sempre nella totale assenza dell’Altro. Posso solo dire che, per quanto riguarda la sua vita privata, ho sempre sentito molto lontana da me Simone de Beauvoir. La realpolitik della sua storia con Sartre, costruita su un tacito accordo fatto di tradimenti da parte di entrambi, e la sua stessa scelta di trasformare il suo legame con Algren in una relazione di tipo letterario, o comunque in un sentimento addomesticato all’interno di un ménage gestito tra Chicago e Parigi, sono cose che nel mio privato non potrei tollerare. Prima di decidere se accettare o no la traduzione di Malinteso a Mosca mi sono chiesta varie volte se sarei stata capace di entrare dentro una voce che poteva risultare troppo razionale per le mie corde, devo dire però che traducendo mi sono accorta che la melancolia del testo (la stessa della "Cerimonia degli addii" e di "A conti fatti") potesse essere per me un’ ottima chiave. Di fatto, ogni lavoro di traduzione è anche ed essenzialmente un lavoro critico. Ogni traduttore decide più o meno consciamente quali ombre del testo illuminare, quale traccia seguire. In questo caso, il senso del tempo che fugge, la continua sensazione di abbandono del corpo al fluire dei giorni, il dolore e nello stesso tempo la dolcezza di questo stesso abbandono, sono stati il mio punto di contatto con Simone de Beauvoir.

Il turbante, ovvero il trademark fashion di Simone. Ipotesi un po' perfida della sua biografa americana, che avevo conosciuto a New York, solo perché a volte (spesso) non aveva voglia di lavarsi o acconciarsi i capelli. Un tuo commento?
Qualsiasi stravaganza, qualsiasi elemento incongruo all’interno di quel sistema complesso di codici che fa di noi un’immagine sociale, a mio avviso, dipende in maniera diretta dalla nostra "presenza". Mi spiego meglio, una cappa di velluto lunga fino ai piedi, anelli, turbanti possono essere nello stesso tempo ridicoli o meravigliosi a seconda di chi li porta. E questo non tanto per le nostre qualità fisiche (altezza, corporatura, regolarità dei tratti…), quanto per la nostra dalla capacità stessa di portarli, per lo spessore dell’aria che si sposta insieme a noi, per il suo vibrare al nostro passaggio, per la nostra "presenza" appunto. Simone De Beauvoir direi che i suoi turbanti li sapeva portare benissimo, al di là dei capelli poco puliti o meno.

Sei in realtà un’esperta di Settecento. Scegli una donna del Settecento (indifferente se vissuta realmente, o il personaggio di un libro), e dimmi perché.
Se devo scegliere un personaggio del XVIII secolo in cui più mi ritrovo, che in un certo senso mi ha fatto da modello o a cui mi sento in qualche modo affine, la mia scelta purtroppo non può cadere su una donna, ma su un unico e solo uomo. Si racconta che in genere, gli autori, i temi su cui uno studioso lavora dicono molto di lui. Io ho passato parecchi anni della mia vita a occuparmi di un personaggio del Settecento piuttosto curioso, un nobile polacco (che scrive in francese), coltissimo (senza per questo essere pedante), immensamente curioso del mondo, viaggiatore instancabile (dal Marocco, alla Turchia, ai confini con la Cina), tanto coraggioso da traversare per primo Varsavia su un pallone aerostatico e tanto stravagante da girare per la città vestito di lunghi caftani sempre accompagnato da un servitore turco che non lo abbandonerà mai per tutta la vita, ma soprattutto autore di uno de romanzi più meravigliosi che la letteratura di lingua francese conosca "Il manoscritto trovato a Saragozza". Il mio nume tutelare del secolo (che tra l’altro davvero mi ha portato fortuna perché è con il mio libro su di lui che ho iniziato a lavorare in Francia) è da sempre il conte Jean Potocki.

E un dettaglio di abiti se vuoi: cosa ti sarebbe piaciuto indossare di quell’epoca?
Avendo io un’immagine di me abbastanza androgina non potrò che scegliere un dettaglio maschile: la marsina. Con la loro lunga fila di asole a sinistra e bottoni a destra, in taffetas, o in velluto operato ricamato in sete policrome, le giacche aristocratiche da uomo racchiudono quello che per me è esattamente il Settecento: la perfetta quadratura del cerchio tra meraviglia e rigore. L’eleganza lineare di una forma aderente al corpo (dorso stretto, le due parti anteriori stondate e sfuggenti) unita alla presenza teatrale e fiabesca di fiori, damaschi, perle è esattamente la mia idea di bellezza.
Per quanto riguarda gli abiti da donna, devo dire che non amo per nulla il Settecento tutto concentrato sull’Artificio (quello delle parrucche, dei finti nei e delle sottogonne rigide, per intenderci), mentre invece sono assolutamente per gli abiti alla greca neoclassici, bianchi, leggerissimi. Ma qui ormai siamo sul finire del secolo e già Bonaparte sta per arrivare…

Tradurre vuol dire anche entrare sottopelle, dentro una storia, dentro un mondo. Che cosa ti ha lasciato questo libro?
"Malinteso a Mosca" mi ha lasciato davvero molto, moltissimo, e per motivi che non mi sarei mai immaginata. Per la prima volta nella mia vita di traduttrice ho incontrato un libro che si è letteralmente preso cura di me. In genere accade il contrario: il traduttore apre un libro, lo legge, inizia ad affondare le mani nella sua struttura e in un certo senso lo aiuta a rinascere, se ne fa carico, si prende cura di lui. Mentre lo fa passare da una lingua a un’altra ne spoglia letteralmente il corpo, lo guarda, nudo nel suo scheletro linguistico, ne impara a conoscere le fragilità, ne indovina le fratture e le ricompone.
I mesi in cui ho tradotto il romanzo della de Beauvoir, sono stati per me molto pesanti. Durante questo ultimo inverno ho cambiato casa, lavoro, città, vita. Continui viaggi in treno, notti in cui non sapevo più in quale divano di amici o albergo fossi, libri e vestiti sparsi per depositi e garage, una sensazione di fatica continua.
Le ore in cui mi sedevo davanti al computer e aprivo "Malinteso a Mosca" sono state la mia medicina. Il libro era talmente bello, talmente ben scritto che mi sono letteralmente abbandonata a lui. Sapere che per tre quattro ore al giorno c’era una storia ad aspettarmi, una storia che si srotolava attraverso i giorni, attraverso i luoghi e che mi aspettava sempre in qualsiasi casa o albergo mi trovassi, mi ha protetto. Si dice spesso che la bellezza è in qualche modo salvifica. Ecco, credo che nel mio caso non si tratti affatto di un luogo comune. Con "Malinteso a Mosca" non sono stata io che ho aiutato Simone a rinascere, è lei che ha fatto rinascere me.

6 commenti

claudia mdg | Giovedì, 3 luglio 2014 @19:39

Questa intervista è così bella, soprattutto nella parte che racconta l'esperienza della traduzione, che mi ha fatto venire voglia di vincere le mie riserve verso la scrittura della de Beauvoir e leggere il libro.

LISA | Giovedì, 3 luglio 2014 @15:01

Grazie dell'intrusione, Fabio! Ma - posso dirlo, anzi posso scriverlo? - I Mandarini l'ho trovato francamente noioso. "Commedia parigina", forse falsa, come dice Camus. Ma il capitolo dell'amore con lo scrittore americano, ovvero Nelson, no, quello riluce ancora...

Fabio Ciriachi | Giovedì, 3 luglio 2014 @14:52

Perdonate la marginalità del commento, ma è stata la prima cosa che ho pensato leggende de "I Mandarini", quella complessa situazione esistenzial-letteraria che non posso fare a meno di vedere attraverso gli occhi di Camus per come ne scrive nel terzo volume dei Taccuini, da Roma, il 12 dicembre 1954: "Mi capita fra le mani un giornale. La commedia parigina che avevo dimenticato. La farsa del Goncourt. Stavolta ai Mandarini (il romanzo Les Mandarins, di Simone de Beauvoir, ndr). Sembra che io ne sia il protagonista. In effetti lo scrittore è collocato in un certo contesto (dirige un giornale nato dalla resistenza), ma tutto il resto è falso, i pensieri, i sentimenti e gli atti. Di più: mi vengono generosamente appioppati gli atti equivoci della vita di Sartre. A parte questo, una porcheria. Ma involontaria, come in qualche modo s’intuisce. La salute migliora. Giornata grigia. Piove su Roma, le cui cupole ben lavate brillano debolmente. Pranzo con F.G. La sera, solo; la febbre è passata". Chissà se la sua intuizione era corretta, resta che anche l'equivoco testimonia del clima seguito alla rottura fra lui e Sartre...

Carla | Giovedì, 3 luglio 2014 @13:24

Mi associo ai complimenti e lo aggiungerei ai libri dell'estate, insieme a quelli già consigliati.

Alessandra R. | Giovedì, 3 luglio 2014 @10:19

Bellissima intervista. Letta tutta d'un fiato. E che tenerezza cogliere quella parola: "medicina". Un libro è proprio la salvezza alla nostra quotidianità, per cui gioire nonostante la routine, ma che spesso è da rammendare.

Monique | Giovedì, 3 luglio 2014 @09:07

Scrivere è nascondersi, smarrirsi fuori dal tempo...
Walter Benjamin disse che quando il narratore raccoglie attorno al fuoco un po' di gente produce una specie di miracolo. Ognuno di coloro che ascolta diventa lui stesso narratore. Si crea una catena emotiva fortissima. È il meccanismo dell'ascolto della fiaba.Quasi tutto parte da lì. È vero.Grazie Lisa, per riunirci tutte attorno :-)

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.