Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Parlare di notte, al buio. Le nostre anime di notte.

Martedì, 12 settembre 2017 @08:18

"Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?"

Ero molto curiosa di leggere "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf (NN Editore), soprattutto da quando Robert Redford e Jane Fonda, protagonisti del film che ne è stato tratto, sono sfilati, ottantenni a dir poco smaglianti, sul red carpet dell’ultimo Festival di Venezia. (A proposito: il film non esce nelle sale, a quanto pare, ma si potrà vedere solo su Netflix. Dico, vi sembra giusto?). Del libro ero molto curiosa anche perché è da mesi che sento parlare di Haruf: la trilogia è bellissima, "Benedizione" il più bello, anzi no "Crepuscolo"; la città di Holt, dove tutte le storie sono ambientate, cittadina inventata ma molto reale nel nulla della provincia americana, è un nuovo luogo dell’anima… Insomma, apro finalmente il libro di Haruf. Parte bene, benissimo: l’idea di una donna, vedova, anziana, che chiede, così d’emblée, al vicino di casa, anche lui anziano, e solo, di passare ogni tanto la notte da lei, "per parlare di notte, al buio", è bellissima. Niente sesso. Ma intimità. Tenerezza. Sopravvivere a certe lunghe notti che non passano mai.
Ma poi, non so come dirlo, il libro mi ha annoiato. Certo, sembra di entrare nella solitudine americana di certi meravigliosi quadri di Edward Hopper (avete presente, le persone da sole nei diner di periferia, quand’è buio?). Ma un quadro di Hopper è più potente, più poetico: mi dice molto di più. Haruf non è riuscito a emozionarmi. La scrittura è scabra, così minimale da risultare piatta. E quello che mangiano i protagonisti? Tutti quei panini insipidi, quel ketchup? Ecco: è un libro noioso come un pasto qualsiasi in un qualsiasi pseudo mac donald, senza nessuna invenzione (e a me piacciono gli hamburger).
L’unica scena che mi è davvero rimasta impressa è quando lei, nelle notti di intimità e parole, gli racconta che, moglie trascurata e non più amata, ogni tanto passava un weekend a Denver. Prenotava in un bell’albergo, andava a cena e a teatro: da sola. E si era persino comprata degli abiti speciali, che la facessero sentire bella, diversa, per quando andava in città. Da sola, un’altra se stessa: una promessa di felicità. Una promessa non realizzata, ma forse è la promessa in sé che porta felicità? Ecco, questo mi è piaciuto molto, e spero ci sarà anche nel film con Jane Fonda: l’idea che possiamo comprare dei vestiti solo per noi, dei vestiti dove abitare, dei vestiti che ci facciano sognare. Degli abiti-tappeto volante, per viaggiare in un’altra dimensione e diventare altro da quello che siamo, anche se è solo per un weekend.

6 commenti

Paola | Venerdì, 15 settembre 2017 @14:38

Può essere hai ragione Lisa, infatti a me è piaciuto tantissimo anche Stoner, sarà che queste vite "incompiute" come dici giustamente tu io le trovo molto più affascinanti e vere di quelle un po' finte e patinate che mi suonano così false. E poi io sono una nostalgica malinconica. Grazie per la tua risposta.

LISA | Giovedì, 14 settembre 2017 @16:56

Sai, Paola, ho come la sensazione che Kent Haruf divida, un po' come Stoner; il romanzo di John Edward Williams, in Italia tradotto da Fazi, con cui ha molte cose in comune: bestseller di malinconia e vita incompiuta in America negli anni Cinquanta. Ma forse è questo che non mi piace: queste vite incompiute, queste promesse che si sono sbriciolate e disfatte per strada. Le strade nel nulla della provincia americana.

Paola | Giovedì, 14 settembre 2017 @12:00

Letti tutti, le nostre anime e la trilogia, per me bellissimi, una scrittura apparentemente semplice, pulita, trattenuta, come il pudore dei personaggi nella loro solitudine, spero che il film non rovini questo meraviglioso romanzo. Haruf ha il dono di saper descrivere l'animo umano, nel bene e nel male, senza dare giudizi, Più di tutti ho amato Crepuscolo.

Alessandra R. | Mercoledì, 13 settembre 2017 @10:40

"Da sola, un’altra se stessa: una promessa di felicità." Stampo, con marchio a fuoco, queste parole. Perchè è quello che compierò a giorni, caso mai me lo dimenticassi.

LISA | Mercoledì, 13 settembre 2017 @08:55

Molto interessante, Carla, quello che hai scritto. Incontrare noi stesse. A volte capita anche a letto in pigiama quando piove... Ma uscendo, usciamo nel mondo.// E a proposito, qualcuno qui ha letto Kent Haruf?

Carla | Martedì, 12 settembre 2017 @20:26

Bellissima la recensione! E la conclusione che mi ha fatta tornare in mente che quando era una ragazza facevo la stessa cosa. Mi vestivo accuratamente, mi truccavo e passavo la giornata da sola. Mi piaceva l' idea di bastare a me stessa, di essermi preparata non per incontrare un ragazzo ma perché mi dovevo coccolare e dovevo stare con me stessa. Lo so che, forse detta così sembra un po' da sfigate, ma invece mi dava un piacere enorme quel sapermi ascoltare ben vestita, perché i bei vestiti danno bei pensieri. Voglio dire: un gesto come quello raccontato nel libro è ben diverso che stare accucciate in pigiama sul letto a pensare! Vuol dire uscire, avere un atteggiamento sfidante con un'attenzione ai propri desideri profondi e sinceri. Io credo che non si sogni sempre di essere altro, ma di essere belle per incontrare noi stesse: una persona, talvolta poco conosciuta.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.