Lisa Corva

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Quando un cappotto diventa una seconda casa. A proposito di una pelliccia di lontra, di una fuga da Mosca negli anni Venti e della rivoluzione.

Lunedì, 11 dicembre 2017 @09:44

"Non ho rammentato a caso la pelliccia di lontra. Per una donna in fuga, la pelliccia di lontra rappresenta un’epoca intera della sua vita da profuga.
Chi di noi non aveva una pelliccia del genere? Ce la si metteva addosso, quando si partiva dalla Russia, persino d’estate, perché dispiaceva lasciarla lì, aveva un certo valore ed era calda, e chi poteva sapere per quanto si sarebbe peregrinato?
Ho visto pellicce di lontra a Kiev e a Odessa, ancora nuove, col pelo liscio e lucente. Poi a Novorossijsk, con i bordi logori, spelacchiate su fianchi e gomiti. Poi a Costantinopoli, col colletto sudicio e i polsi rivoltati, per vergogna, e infine a Parigi, dal 1920 al ’22. Nel ’20, ormai ridotte a pelle nera e lucida, accorciate all’altezza delle ginocchia, col colletto e i paramano in pelliccia nuova, più nera e untuosa, una contraffazione estera. Nel ’24 le pellicce erano scomparse. Ne erano rimasti dei brandelli in loro memoria, in forma di colletto per un cappotto di tessuto, o di ornamento per le maniche o, a volte, per bordare l’orlo. E poi basta. Nel 1925 giunsero a noi masnade di gatti tinti e si sostituirono alla dolce e mite lontra. Ma ancora oggi, quando vedo una pelliccia di lontra, rammento quell’intera epoca della nostra vita da profughe, quando dormivamo nei vagoni merci, sui ponti delle navi e nelle stive, sistemando sotto di noi la pelliccia di lontra quando il tempo era bello e usandola per coprirci quando era freddo. Rammento una signora con delle scarpe di tela sui piedi nudi, che aspettava un tram a Novorossijsk, ferma sotto la pioggia con un neonato tra le braccia. Per darmi a intendere che non era "una qualsiasi", parlava al bambino in francese, con il dolce accento di una scolaretta russa: Sil vu ple! Ne pler pas! Vuasi le tramvej, le tramvej!.
Indossava una pelliccia di lontra".

Questo brano è tratta da "Da Mosca al Mar Nero", di Teffi (Neri Pozza).

Teffi, che in realtà si chiamava Nadežda Aleksandrovna Bučinskaja, lascia Mosca nell’autunno del 1918, subito dopo la rivoluzione. Anche lei in realtà era una rivoluzionaria, oltre che scrittrice, soprattutto di teatro, e super-celeb: con il suo nome si vendevano profumi e caramelle. Ma la Russia a quei tempi doveva essere, semplicemente, un caos.
Quindi Teffi, con la sua pelliccia di lontra, se ne va, seguendo un impresario che promette degli spettacoli (che non si faranno mai): prima Kiev, poi Odessa, poi per nave fino a Costantinopoli… Non tornerà mai più: vivrà in esilio a Parigi. Questo è il racconto dei primi anni, quattro, passati tra treni e carri merci, documenti non validi, documenti sbagliati, camere in affitto in alberghi in rovina dove entra la neve, non sapere se il giorno dopo sarai viva o in prigione o a bere champagne nelle tazze di tè. Teffi lo racconta con una verve che le invidio: la capacità di accettare quel che succede, senza perdere il sorriso, il romanticismo, l’ironia. Ho chiuso il libro pensando non solo alla sua pelliccia di lontra, ma alle tante profughe e migranti che oggi attraversano il mondo; chiuse non in una pelliccia, ma nella sua variante contemporanea, la giacca a vento o un piumino. Nelle tasche, come sempre, come allora, non ricordi o rimpianti, che quelli è meglio lasciarli scivolare via per strada, ma molte speranze.

8 commenti

Giusy | Venerdì, 29 dicembre 2017 @16:40

anche le borsette possono custodire una storia, storia segreta- un fazzoletto ricamato, la prescrizione di un medico, una piccola chiave, una Lira stropicciata e dimenticata nel '45....nera,elegante, con una bella chiusura a farfalla, sciupata da Guerra e avversità,

LISA | Giovedì, 14 dicembre 2017 @15:57

Francy, grazie per la tua storia. Perché ci sono abiti - e cappotti - che hanno delle storie dentro. Forse tutti.

Francy | Mercoledì, 13 dicembre 2017 @19:04

Avevo circa sei anni, ora ne ho sessantacinque e mia madre che era una sarta mi fece un cappottino "nuovo". Un mio carissimo zio aveva avuto un cappotto da un amico, era molto usato, naturalmente, ma poteva venire buono per qualcuno. Così la mamma lo accettò di buon grado e rifacendolo lo rivoltò ornando le maniche ed il collo con pelo che mi sembra fosse di castorino, o almeno era simile, a quando ricordo. Era un tessuto spinato sul grigio ed era caldo, a scuola molte me lo invidiavano tutte.Ma non è finita qui, dopo di me passò ad una cugina, ed in realtà non so se si ricorda di quel cappotto, ma ora sono curiosa di saperlo e la chiamerò! Che ricordo dolce e malinconico di un'infanzia comunque felice senza troppe pretese, contenta anche di poco!

Carla | Martedì, 12 dicembre 2017 @21:26

L'ho già prenotato in biblioteca! Mi hai proprio incuriosito!

LISA | Martedì, 12 dicembre 2017 @14:27

Carla, è molto interessante anche il libro. Mi piacciono queste storie, magari dalla scrittura imperfetta, ma dalla testimonianza vivida, lucida, da film, di donne prima di noi. E Teffi è stata una vera scoperta. Bene che Neri Pozza l'abbia appena tradotto e pubblicato!

LISA | Martedì, 12 dicembre 2017 @14:25

Paris329, "che bella", spero (che balla era un refuso, vero?!).

Paris329 | Martedì, 12 dicembre 2017 @12:13

Da leggere e rileggere che balla

Carla | Lunedì, 11 dicembre 2017 @14:39

Bellissimo questo brano!! È molto interrasante il dettaglio sui colli, sui polsini...sul tentativo di rendere belle , di ripararle...
Mi ha commosso! Mi ha ricordato il cappotto "bello" della mia nonna che aveva un collo di pelliccia, che io vedevo solo spelacchiato e consumato e che lei non ha mai buttato. E ora so che avrebbe potuto avere una storia.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.