Lisa Corva

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#Freespace, che non è solo un hashtag.

Mercoledì, 23 maggio 2018 @06:45

Sto per partire per Venezia, dove apre la nuova Biennale Architettura: http://www.labiennale.org/it/architettura/2018 . Ho intervistato le curatrici (molto simpatiche!) due irlandesi amiche e socie da più di quarant’anni, a Dublino: sono diventate una storia di copertina di D di Repubblica in primavera. Eccola qui sul blog. Da leggere, anche perché sono ancora così poche le donne che si fanno strada in questo mondo. Prima di loro, un'unica altra donna ha diretto una Biennale di architettura: la giapponese Sejima, che avevo incontrato proprio a Venezia. Trovate l'intervista qui: http://www.lisacorva.com/it/view/268/

Il citofono di Grafton Architects a Dublino è un piccolo capolavoro inconsapevole di arte contemporanea. Chi si aspetta una bella targa imponente, magari d’ottone, o quantomeno design, non può che rimanere deluso: Yvonne Farrell e Shelley McNamara, le due curatrici della nuova Biennale Architettura di Venezia (che apre il 26 maggio), hanno semplicemente attaccato il loro nome sul portone della casa antica e delabré, in un groviglio di cancellature ed etichette. Si sale, per una scala ripida e black & white, e si entra nello studio, che è un vero labirinto, quasi di stanze aggiunte soprappensiero, di caos stratificato, con allegra nonchalance. E sì, lo studio è esattamente come loro: due outsider, quanto di più lontano dal mondo delle archistar, scelte a sorpresa per raccontarci l’architettura quest’anno.
Perché no, non hanno firmato musei spettacolari o grattacieli vertiginosi. Ma Shelley e Yvonne hanno qualcosa di speciale, una bizzarra morbidezza, quasi come uno di quei maglioni tricottati a mano delle isole Aran di cui l’Irlanda va tanto fiera.
E anche loro sono vestite a strati, maglie e maglioni morbidi, senza spigolosità: niente tacchi e power dressing, ma dettagli che rimandano ad altro, a un mondo più sciolto, a una femminilità over 60 senza trucchi. Come gli anelli d’argento che Shelley indossa: Kilkenny Design, spiega, con orgoglio irlandese. Ma il loro vero accessorio è il sorriso. Il modo in cui accolgono chi sta davanti; il modo, anche, in cui si ascoltano, ancora con empatia e curiosità, dopo quarant’anni.

Partiamo dal nome: Grafton Architects, perché? "Perché era in quella via che, nel 1978, abbiamo aperto il nostro primo ufficio", ricorda Shelley. "Uno spazio che abbiamo ancora: ma adesso lì ci occupiamo soprattutto della Biennale". Biennale di cui, a parte il titolo, Freespace, e di poche altre dichiarazioni d’intenti, si sa ancora pochissimo. "Del resto, la nomina di Baratta è stata una sorpresa anche per noi, con una telefonata che è arrivata lo scorso dicembre", dice ridendo Shelley. "Ma lavorarci insieme è un piacere: il presidente della Biennale è un uomo che ha grandi visioni. E poi c’è Venezia…". Venezia con un privilegio: "Prima di iniziare a ragionare e lavorare, abbiamo chiesto di poter esplorare i Giardini e l’Arsenale e le Corderie vuoti, appena smantellata la Biennale Arte. È stata un’esperienza incredibile". Del resto Venezia, continuano le due architette, che sono così in sintonia che si rubano spesso la parola, o finiscono l’una la frase dell’altra, è un’esperienza incredibile in sé: "Anche se ci vai per lavorare, e lavori a ritmi serrati, ti carica di energia". Venezia che "ubriaca di luce acquamarina": la definizione è di Antonia Byatt, grande scrittrice inglese, in un piccolo libro che stanno leggendo adesso, Pavone e rampicante (in Italia pubblicato da Einaudi, ndr). "Inizia a Venezia e incrocia la vita di Fortuny e quella di William Morris. E noi adoriamo la Byatt". Forse non è un caso che lo usino come vademecum per Venezia: è un libro che parla di tessuti e wallpaper, di artigiani-artisti, ma soprattutto di sperimentazioni, con i pennelli, l’ago, il filo, le parole. E poi c’è la luce, la luce di Venezia; come scrive la Byatt, "una luce impalpabile, che gioca con le superfici mobili e scure dei canali, che luccica sulla pietra e sul marmo fondendoli insieme con molteplici sfumature, sempre acquamarina". In fondo Venezia, con i suoi canali e le sue calli, è Freespace al massimo grado. Perché l’obiettivo della Biennale di Yvonne e Shelley è questo: sottolineare l’architettura come "uno spazio di opportunità, uno spazio democratico, dove tra le persone e gli edifici avviene uno scambio anche non intenzionale e non progettato. E ancora, celebrare "l’abilità dell’architettura di trovare una nuova e inattesa generosità in ogni progetto, anche nelle condizioni più private, difensive, esclusive o commercialmente limitate. Architettura che sa enfatizzare i doni gratuiti della natura come quello della luce – la luce del sole, quella lunare, l’aria, la forza di gravità, i materiali – le risorse naturali e artificiali". Ci dobbiamo allora aspettare una Biennale di luce acquamarina?
Shelley e Yvonne cambiano abilmente discorso: "È tutto ancora in progress!". Veniamo allora alla luce certamente più cupa e grigia, ma a suo modo soave, di Dublino. Dove Shelley e Yvonne si sono conosciute, all’università. "Era il ‘69 ed eravamo appena entrate al College of Dublin, il primo anno in cui è stato dato il permesso di portare i jeans!". Non dev’essere stato facile, essere una donna, in quegli anni, in Irlanda: niente anticoncezionali fino al 1980, impossibile divorziare fino al 1996, vietata (tuttora) l’interruzione di gravidanza… "In realtà per noi è stato un periodo molto interessante. E, sinceramente, non abbiamo mai avuto problemi, come donne, nella nostra professione. Non abbiamo incontrato pregiudizi, né ostacoli. Anche nella vita privata: i nostri compagni sono sempre stati molto solidali, davvero supportive". Anche nei momenti più cupi. "Qui in Irlanda abbiamo attraversato tre pesanti crisi economiche", raccontano. "E l’unica possibilità di sopravvivenza è gestire lo studio a fisarmonica: quando c’è lavoro ti espandi; quando non c’è lavoro riduci, spese e personale, purtroppo. Durante la recessione del 2008 siamo rimasti appena in otto. Ora siamo a 37". Con molti ragazzi e ragazze italiani: che chiedono di fare uno stage qui dopo aver seguito le loro lezioni a Mendrisio, in Svizzera (insegnano all’Accademia di architettura fondata da Mario Botta). E, tra gli edifici che hanno progettato nel mondo, uno dei più premiati è, piccola coincidenza, in Italia: l’ampliamento dell’Università Bocconi a Milano, terminato nel 2008 (che vinse il Building of The Year Award).

Eppure non sono tante le donne architetto, nella storia. Qualcuna che è stata, per voi, un’ispirazione? "Lina Bo Bardi. Specialmente quando stavamo lavorando sul concorso per la Bocconi. Il suo Museu de Arte de São Paolo è straordinario, ed è stata un’emozione vederlo dal vero, finalmente, qualche anno fa". Lina Bo Bardi, nata a Roma ma trasferita in Brasile nel dopoguerra insieme al marito, architetto anche lui; insieme hanno segnato il modernismo. "Ma c’è un’altra donna che vogliamo ricordare, ed è irlandese: Eileen Gray. Ricca e chic, trasgressiva e bisessuale, si trasferì in Francia negli anni Venti; disegnò una casa straordinaria dal nome criptico di E-1027 (omaggio alla sua storia d’amore: i numeri rimandano alle iniziali sue e dell’allora compagno). È in Costa Azzurra, sul mare, accanto al cabanon di Le Corbusier. I suoi paraventi in lacca, il modo in cui ha studiato l’effetto della luce del sole e della luna nei suoi interni, ci hanno sicuramente ispirato per le facciate dei nostri edifici. Una donna da non dimenticare". Un consiglio a una ragazza che voglia tentare la strada dell’architettura, oggi? "Farsi avanti. Essere assertive è ancora un problema per molte donne. Ma non bisogna aver paura di difendere le proprie idee". Shelley, se lei dovesse scegliere un aggettivo per definire Yvonne? "Integrità". E lei, Yvonne? "Oh, Shelley è fantastica. Non va bene come aggettivo? Allora diciamo che ammiro il suo incredibile intuito per la complessità". Socie per quarant’anni: qual è il segreto? "Lo stesso che tiene insieme una lunga amicizia al femminile: aver fiducia nell’altra". E, aggiungono, la capacità di tradurre i sogni in realtà; e la loro realtà è fatta di cemento e mattoni. "È essenziale saper trovare - insieme - il linguaggio di un progetto. Ogni architettura è una storia, ma bisogna cercare le parole per raccontarla. C’è una frase che ci piace molto, di Beckett, che è all’entrata del Trinity College, qui vicino: To find a form that accomodates the mess is the task of the artist today. Trovare una forma che dia senso al caos è il compito dell’artista, oggi". Vivete e lavorate a Dublino, ma non siete nate qui… "Veniamo da due paesaggi diversi dell’infanzia e della memoria", spiega Shelley. "Io amo le rocce, forse perché sono nata a County Clare; amo il mio burren, o boirrean in gaelico: un gigantesco tavolato calcareo, unico al mondo". Per Yvonne, invece, free space sono i campi solitari di bogs, le torbiere della sua County Offaly.
E la vostra Dublino, a parte il Trinity College, dov’è? "Nella Marhs’s Library, un piccolo gioiello accanto alla cattedrale di St Patrick; una biblioteca antica tutta in legno aperta al pubblico nel 1707. Con piccole ornate "gabbie" in cui venivano rinchiusi i sospetti ladri dei preziosi manoscritti…". E a Dublino, che tearoom consigliate, per sentirsi come ai tempi di Eileen Gray? "Tè? Bè, siamo irlandesi: se vuole possiamo consigliarle un pub. Ce n’è uno proprio qui accanto, un locale storico: The Stag’s Head. Ci andiamo spesso, anche se ormai non così spesso come una volta…". E ridono. Ironia, leggerezza e complicità. È questo il loro linguaggio free, libertà di vita e di architettura.

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Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.