Lisa Corva

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Il cuscino di una ragazza innamorata. (E un’intervista al poeta Charles Simic).

Venerdì, 1 luglio 2011 @09:08

"La fatica maggiore era come sempre cancellarsi,
diventare qualcosa di completamente diverso:
il cuscino di una ragazza innamorata,
una pallina di lanugine che si finge ragno."

(Charles Simic)

Oggi mi sono svegliata, e mi sono accorta di non essere altro che questo: il cuscino di una donna innamorata.

I versi di oggi sono tratti da Club Midnight, Adelphi.
Li trovate, come ogni venerdì, nella parte globish del sito: Friday Poetry!

E questa è la mia intervista a Charles Simic, che è uscita per Il Piccolo nel 2008.

Charles Simic, nato a Belgrado nel 1938, ha perso un accento nell’emigrazione: la "c" finale, che è rimasta nuda. Non è stata l’unica cosa che ha perso: ha perso una patria (quella serba) e una lingua: perché il Premio Pulitzer 1990, nonché l’ultimo "poeta laureato" d’America, ha scritto le sue surreali, cupe, caustiche poesie in inglese. Tutte. Compresa l’ultima raccolta appena uscita in Italia, per Adelphi: "Club Midnight". Poesie dove le stelle sono "impronte di denti sulle matite dei bambini". Dove l’amore è "quel maledetto idiota, che punta una torcia/dalla pila moribonda sul passato". Dove "ancora vivo in tutte le mie vecchie case/ e porto occhiali neri anche dentro/ e divido in segreto il mio letto/con i fantasmi, e vado in cucina/ dopo mezzanotte a controllare il rubinetto". Poesie non consolatorie; perché, ha dichiarato, "Dimentichi così tante cose della tua vita. Dimentichi amori tempestosi. E quello che rimane con te, alla fine, è la vetrina di un negozio, con dei manichini nudi, in una via buia". L’abbiamo intervistato.

Lei è arrivato in America a 16 anni. La sua madrelingua è il serbo, ma si è scoperto poeta in inglese. Quanto è stato difficile impadronirsi di un’altra lingua?

"Non è stato difficile: è stato naturale. Ho dovuto imparare l’inglese per andare a scuola. Ho cominciato a scrivere in inglese, perché vivevo in America e tutti i miei amici erano americani. So che tutti si stupiscono perché non ho mai scritto neppure un verso in serbo. Ma perché avrei dovuto? Le ragazze che volevo conquistare parlavano solo inglese".

C’è una parola, una frase in serbo che lei continua a usare; una parola per cui non esiste l’equivalente in inglese?

"Come no: gli insulti. Il peggio immaginabile. Tutto in serbo. Mi escono di bocca senza che me ne renda conto".

Dopo i primi anni a New York, lei ora vive nel New England, e insegna all’University of New Hampshire. E’ mai tornato a Belgrado?

"Nei quasi sessant'anni che sono trascorsi dalla mia partenza, tre volte. Mi piace Belgrado, mi ci trovo sempre bene; ma ci sono tante altre città nel mondo che amo".

Quindi per lei la nostalgia, il dolore di un impossibile ritorno, non è legata alla Serbia?

"Non ho mai provato nostalgia. Ho lasciato un Paese dove sono stato quasi ucciso dalle bombe durante la seconda guerra mondiale; io e mia madre siamo stati imprigionati per aver cercato di passare il confine e andare in Austria; di cosa dovrei avere nostalgia?"

Duro, Simic. Però le sue poesie raccontano, come sempre, qualcosa di più. Poesie come questa: "A pagina uno del mio libro dei sogni/è sempre sera/in un paese occupato./L’ora prima del coprifuoco./Una cittadina di provincia./Le case tutte al buio./I negozi sventrati". Ricordi certo non nostalgici. Del resto Simic fu sbalzato dal letto da una bomba tedesca quando aveva appena tre anni; da ragazzino giocava alla guerra, mentre la guerra divampava attorno a lui... "Le mie agenzie di viaggio sono state Hitler e Stalin" ha dichiarato, caustico, parlando del suo arrivo in America. "I tedeschi e gli alleati mi bombardavano a turno, mentre giocavo, sul pavimento della mia stanza, con la mia collezione di soldatini". Un’immagine che è finita in una sua poesia: "Giocavamo alla guerra durante la guerra,/ Margaret. I soldatini erano molto richiesti,/il tipo in terracotta./Quelli di piombo finivano sciolti a far pallottole,/immagino". Humor balcanico?

A proposito della lingua serba, lei spesso racconta un aneddoto divertente e surreale. Di quando, con suo zio Boris, mentre discutevate animatamente in un bar americano, una signora si è avvicinata per chiedere in che lingua parlavate. E voi...

"Noi abbiamo risposto che eravamo gli unici due superstiti di una tribù di africani bianchi, che parlava una lingua ormai estinta. Ci ha creduto. Gli americani del resto hanno un’idea molto vaga della geografia mondiale, nonché della storia, quindi sono sempre tentato di prenderli in giro. Una volta – ero su un treno che attraversava l’Ohio – ho raccontato a una giovane donna che ero un principe russo in esilio, e le ho descritto, minuziosamente, tutti i palazzi che possedeva un tempo la mia famiglia. Lei era incantata".

Una poesia che le ha cambiato la vita?

"Di Walt Whitman: "Crossing Brooklyn Ferry" ("Sul ferry di Brooklyn", ndr)".

In un’intervista al New York Times, lei ha dichiarato: per essere felici, bisogna imparare a cucinare. Quindi lei cucina? Qual è il suo piatto preferito?

"Adoro le ostriche e le vongole. Abito vicino al mare, e ne approfitto. Cucino, certo: anche se le mie ricette serbe non vengono mai come vorrei. Il mio stile culinario è piuttosto italiano/spagnolo/greco".

Scrive poesie a mano, o al computer?

"A mano. Il computer arriva dopo, lo uso come fosse una macchina da scrivere, per l’ultima versione. Ma le mie giornate cominciano al computer: mi alzo molto presto, verso le cinque, e leggo on line i giornali".

Leggere i quotidiani on line: molto contemporaneo. Quali?

"New York Times, Washington Post, The Guardian, Danas, Politika. E qualcun altro. Abbastanza da farmi rabbrividire ogni mattino".

Un commento sulle sue poesie che l’ha inorgoglita, o commossa.

"Quando una coppia è venuta da me, dopo uno dei miei reading, e mi ha raccontato che si erano innamorati leggendosi, l’un l’altra, uno dei miei libri di poesie".

1 commento

Spring | Lunedì, 4 luglio 2011 @16:18

Cancellarsi,diventare qualcosa di completamente diverso...ma anche no.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.