Martedì, 10 novembre 2009 @08:24
"Trascina la sua collera come un vestito".
(Juan Gelman)
Sì: perché ci sono persone che indossano la rabbia come un cappotto, si avvolgono nella disperazione come in una sciarpa, abbottonano uno dopo l’altro recriminazioni e lamenti. Io, invece, voglio infilarmi il tuo amore come un maglione; un maglione morbido, soffice; un amore-maglione della taglia giusta, che non mi stringa, ma mi abbracci e scaldi. Così come fai tu.
(Juan Gelman è un poeta argentino. I versi di oggi sono tratti dall’antologia "Valer la pena", Guanda)
Oppure, invece di un maglione, potrei mettermi un coatigan. Che cos’è? Leggete l’articolo che ho scritto per Grazia:
Ogni tanto inciampo in qualche nuova parola. La parola di questa settimana è, attenzione attenzione, "coatigan". Sì, avete letto bene: coatigan. Ovvero l’incrocio tra coat (il cappotto) e cardigan, di cui vedete dei validissimi esemplari in queste pagine. La parola l’ho copiata dalle nostre cugine inglesi, ovvero da Grazia UK (non è male, vero, avere così tante edizioni internazionali? Si impara sempre qualcosa). Ma, oltre alla parola, vale la pena di copiare anche il look. Sì, perché il coatigan è quanto di meglio ci sia per farsi abbracciare, quest’autunno. Bè, insomma. Diciamo "second best". Il meglio è comunque un abbraccio vero: l’abbraccio di chi ci ama (lascio a voi decidere se sia il consorte, il fidanzato, l’amante clandestino, i propri figli, un’amica ritrovata…). Ma, visto che non possiamo passare le giornate avvinghiate a chi ci vuole bene – anche se, perbacco, non ci dispiacerebbe – un buon sostituto è il coatigan. Ora la domanda fatale: con che cosa si porta? Se vogliamo copiare le celebrities, è perfetto nella versione comfort casual sopra i jeans. Della serie: oggi non volevo proprio uscire, ma visto che mi tocca... Un po’ come drappeggiarsi addosso il plaid abbandonato in poltrona, e presentarsi in ufficio.
Il coatigan può essere lungo, lunghissimo e frusciare sulle foglie d’autunno. Ma può essere corto, e addirittura senza maniche. Altro dettaglio: bottoni, cintura, o niente? I bottoni sono una diretta citazione del cardigan; la cintura può essere di cuoio, oppure di lana, come nel maxicardigan nella prima pagina. Io, però, preferisco il modello più easy e destrutturato. Perché? Perché è bella l’idea di avvolgercisi dentro, sinuosamente, dolcemente, senza chiudere bottoni né cinture. E camminare lasciando che le ali del coatigan ondeggino …
Convinte? Io sì. Anche perché (ogni tanto alle aspiranti fashioniste, ahimé ora anche secessioniste, capita un colpo di fortuna) ne ho uno meraviglioso, lungo fino ai piedi, già dall’anno scorso, color mosto di vino, e regalo di un’amica. L’ho appena tirato fuori dall’armadio. E, visto che l’ho ampiamente sperimentato, mi sento di aggiungere qualche istruzione per l’uso.
Il coatigan, se è lungo, è controindicato per la bici, visto che la lana ha la tendenza a infilarsi nelle ruote (io che sono testarda ho voluto provarci lo stesso: mai più). Non va bene per correre dietro un autobus. E neppure per scendere di tutta fretta le scale della metropolitana. Meglio, in questo caso, scegliere la versione a tre quarti. Infine – e questo è l’avvertimento più importante – guardate bene le previsioni del tempo prima di uscire, perché il coatigan, sorpresa, è un disastro in caso di pioggia. Posso rubare le parole alla scrittrice Catherine Dunne, che essendo irlandese di pioggia se ne intende? Sì, quella del bestseller "La metà di niente" (Guanda), e che riassume: "Il malumore gli pende addosso come una maglia bagnata". E voi, se siete sprovvedute come me, vi ritrovereste con il malumore che vi pende addosso come… bè, come un coatigan bagnato.
giuseppe-www.giuseppecesaropoeta.splinder.com | Sabato, 14 novembre 2009 @16:27
tracce di biografia
Conosco da qualche anno giuseppe cesaro scacchista eccentrico vincitore dei tornei di napoli e caserta nel 1996 e di Sessa Aurunca nell'agosto del 2005.cesaro è stato definito un singolare compositore artistico e per questo recensito dalla critica e pubblicato sulleriviste specializzate.le sue poesie ,i suoi disegni,i suoi racconti autobiografici e le invenzioni artistiche d'avanguardia gli hanno permesso infatti di trovare spazio e consenso tra gli addetti ai lavori.A seguito della lettura di non poche biografie a lui dedicate ,del tutto spontaneamente,provo a raccontare quello che ho appreso di questo singolare percorso di vita ,collocandomi però nella prospettiva che focalizza la parte motivazionale da cui scaturisce la metamorfosi uom-artista.
Per comprendere le emozioni ,i messaggi,le espressioni di un artista è sempre utile indagare sulle premesse di natura biografica.E quando il percorso artistica risulta il modo per naturalmente dialogarecon la realtà,l'approfondimento del vissuto soggettivo diventa allora indispensabile.
giuseppe cesaro nasce a Capua ,storica cittadina della provincia di Caserta,e vive una infanzia felice.
Trascorre tre anni in un collegio di preti missionari e spesso gira per L'italia visitando,tra le altre,firenze,venezia,bari,milano,roma,lasciandosi trasportare dal variopinto patrimonio artistico-culturale fino a scivolare in acqua in entrambe le città di mare.
un bambino sensibile ,nel quale già si nota una predisposizione artistica ;durante le ore di disegno ,diversamente dai compagni,egli usa le dita anzichè i pennelli per dipingere sulla tela.Finito il collegio ,continua gli studi iscrivendosi,non senza forzature,all'istituto du chimica a napoi.
alunno svogliato ma dotato di straripante fantasia che traspare anche dalle composizioni dei tema di italiano ove nelle pagine bianche risiedono gli spazi perfetti dove estrintecare con naturalezza ,la sua innata creatività .La insegnante di lettere è l'unica a comprendere questo ragazzo poco socievole ,al quale dà voti altissimi per i temi,incentivandolo all'espressione verbale .
anche nel proseguio degi studi è inutilmente incoraggiato dai professori a frequentare ..ma entra in crisi come se fosse attratto da altri interessi e non riuscendo più a studiare.tra alti voti e non presenze.
Non riesce a terminare gli studi di himica abbandonando all'ultimo anno.
Per rendersi economicamente indipendente all'età di vent'anni si arruola nel corpo degli agenti di custodia ove successivamente in seguito al breve corso militare viene scelto e affronta una scuola di 'agenti-educatori',tenutosi a roma.e con brillanti esiti -è tra i primi-vine trasferito alla prigione scuola di airola,in provincia di benevento.
ben presto,però,cesaro comincia a manifestare la propria insofferenza alle regole carcerarie,non riuscendo affatto a condividerle,talvolta subendo personalmente il disagio in cui versano i giovani devianti-credendo sinceramente ala sua funzione rieducativa tanto da rifiutarsi di aprire e chiudere le celle e facendo svolgere ai ragazzi la scuola in giardino.oltre a dar vita a tornei ricreativi e partecipando anche ad attività teatrali.accompagna idei ragazzi più ìmeritevoli' anche a marina di pisa dove insieme a loro disputa una partita coi ragazzi della fiorentina-segnando il goal della bandiera.
ma il carcere minorile spesso si tramuta in un luogo carcerario vero e proprio che cesaro non accetta.estende ai colleghi e ai superiori le perplessità sul regime carcerario e per questo considerato ribelle e amico dei condannati.
Cerca.credendo di fare il proprio mestiere,di contribuire al miglioramento del sistema.lotta tenacemente affinchè sia riconosciuto il suo ruolo rieducativo ma sebbene nelle carceri minorili le assemblee siano libere poi subisce rapporti punitivi per ciò chedice e manifesta.
infine il conflitto inevitabile diventa insanabile .
nel 1983 dopo falliti tentativi,di portare la questione verso un confronto istituzionale-a cui ormai non crede più,giuseppe cesaro abbandona il lavoro in maniera plateale .con diverse scritte 'sovversive' imbratta i muri della prigione esi costituisce dopo 5 giorni ai carabinieri di piazza venezia a roma-autodenunciandosi per lla diserzione.
questo gesto estremo ,ma significativo della sua ribellione ideologica,fungerà da marchio sulla sua storia personale.
un'esperienza traumatica per l'animo sensibile del cesaro ,stravolto da una crisi esistenziale e xatapultato nel labirinto surreale.da cui ,generalmente non si è più capaci di uscire,
invece riesce a trovare uno sbocco,attraverso,un percorso per così dire parallelo ove qualsiasi gesto,qualunque azione possono essere compiuti solo attraverso l'utilizzo strumentale dell'arte.
è come se il cesaro,a causa di un invincibile impulso,inconsciamente avesse abbandonato quella realtà.-inaccettabile -alienandosi in un mondo interiore ove,invece,gli è consentito di sognare e raccontare favole,sospinto,dall'ingenuità del suo ego adolescenziale,cos' sviluppando,l'espressività poetica come esigenza di vita.
la scelta inconsapevole della strada insicura dell'artista ed il rifiuto dello status di uomo per rivivere poeticamente l'infanzia felice ,trasmettendo ,in versi una simbiotica malinconia tesa e profonda ,rapprsenta senz'altro la risposta aL sistema che avrebbe volulto intrappolare cesaro per aver tentato di liberare le ali ai ragazzi reclusi.
ecco,che,sorprendentemente,la sua esistenza si trasforma,nel notorio percorso artistico costellato di raccolte poetiche e di altre interesaanti performance ,capace di ottenere autorevoli riconoscimenti.
michele ingicco-critico
giuseppe | Giovedì, 12 novembre 2009 @11:18
mai letto...quasi mai poeta e poesia s'incontrano.un poeta che non si ribella a vent'anni non è nemmeno poeta.i consigli di Lisa sono da seguire.ma la poesia ha una sua giustificazione come esigenza di vita.Atelier-giuliano ladolfi-borgomanero-novara.
Una piccola casa editrice con i conti in rosso che chiede quindi un contributo all'autore-selettiva e avversa alle grandi case che hanno già i loro 12 nomi .Bludiprussiaeditrice-Piacenza.a vent'anni però è difficile essere scelto.se l'esigenza di pubblicare è molto avvertita si può scegliere di pubblicare in proprio
LISA | Mercoledì, 11 novembre 2009 @20:38
Per UMBERTO LO STUDENTE: sai cosa diceva Miriam Mafai, grandissima giornalista di Repubblica, agli aspiranti scrittori che le chiedevano consiglio? Per scrivere, bisogna innanzitutto leggere, leggere, leggere. Quindi, se vuoi scrivere poesia, devi innanzitutto leggere, leggere, leggere. Vai in una buona libreria, rovista negli scaffali per capire quali sono le case editrici specializzate in poesia più interessanti, leggi. Io ti consiglio la casa editrice Crocetti, che oltre a pubblicare bellissime antologie di poeti contemporanei, pubblica anche un mensile storico, che si chiama, per l'appunto, Poesia. Da tenere d'occhio anche l'Almanacco dello Specchio Mondadori, che viene pubblicato ogni anno. Ti segnalo poi, a Milano, le iniziative della Casa della Poesia, che trovi anche su web: http://www.lacasadellapoesia.com/index.asp
E dunque scrivi, certo; ma soprattutto leggi!
giuseppe | Mercoledì, 11 novembre 2009 @12:46
..i miei occhi erano tristi-e raramente si accendevano come quelli di un trombettista jazz
da ritratto un pò di me stesso
oggi su www.giuseppecesaropoeta.splinder.com
Umberto lo studente | Martedì, 10 novembre 2009 @20:14
Ciao Lisa,
ho 20 e scrivo poesia da quando ho memoria.
Dopo un po di tempo i miei amici m'hanno convinto che sarebbe bello sottoporle con attenzione a qualcuno che ne capisce e magari pubblicarle...
purtroppo sono frenato da due fattori : il primo è che non credo che i miei sfoghi su carta (così li chiamo io) siano ancora all'altezza d'uno sguardo estraneo al mio contesto (università Federico Secondo, facoltà di lettere moderne) il secondo motivo è che vedo il mondo dell'editoria molto freddo ed estraneo.
Non sapendo a chi rivolgermi ho provato a contattare te che sento più vicina, almeno nella quotidianetà d'un giornale. Se rispondi a questa lettera ti darò anche la mia mail in modo tale da darmi qualche dritta.
So che magari sono pretenzioso, però ci credo veramente.
Con affetto, Umberto
claudia mdg | Martedì, 10 novembre 2009 @17:41
Grazie dell'informazione Lisa, quindi l'improbabile cappotto di maglia che mi sono portata a casa goirni fa è nientedimeno che un esemplare di coatigan! Il mio non era destrutturato ma ci ho pensato io a staccare il collo staccabile, a scucire i passanti e a far sparire in un cassetto la cinta in maglia con fibbia. ora mi piace, anche se è vero che bisogna stare attenti alla pioggia perché l'effetto cane bagnato è dietro l'angolo.
giuseppe | Martedì, 10 novembre 2009 @17:31
da farfalla graziosa a cuore andante
... tu che vai per il mondo
al passo dei tuoi soldatini magici
è me che vuoi me che vorresti catturare nelle tue reti
mentre io volo sempre più libera e bella
lontano da te -da Altri Sogni 1996
Annalisa farmacista | Martedì, 10 novembre 2009 @13:48
Uffa alla rabbia e alle frustrazioni. Però a volte ci piace crogiolarci nei lamenti e nella tristezza. Ma ho deciso che questo triste vestito di rabbai e invida che mi ha preso alle solite Annunciazioni lo devo buttare. Questo sole che fa capolino e il Paziente Consorte mi aiutino.
Celisa | Martedì, 10 novembre 2009 @09:07
Abbraccio. Caldo. Amore - maglione.
Che meraviglia.
E che nostalgia.
Ho ancora un maglione di lui.
Era esattamente così. Lo mettevo in casa ed era il suo abbraccio. Il preludio del suo abbraccio. Poi quei caldi contatti si sono rarefatti fino a svanire. E lui con loro. Perchè mi hai lasciato? Mi chiese poi. Non mi abbracciavi più. E ora aspetto cerco spero di indossare un nuovo maglione.
Anonimo | Martedì, 10 novembre 2009 @08:47
Passo dopo molto tempo e vedo che hai un nuovo blog, molto più carino e pulito di quello vecchio. Io continuo a fare lo splinderiano, anche se siamo rimasti in pochi. Comunque, è vero: ci sono persone che si vestono di rabbia, e fanno anche tanta pena!
Sai che non sapevo nemmeno che esistessero i coatigan. Certo che non potrei fare del glamour, neanche finto.
Ti saluta un tuo vecchio lettore:
Diaktoros (Guido Mura)
http://peergynt.splinder.com/
... e passa a trovare anche noi, poveri scrittori web, noi che usiamo solo eccezionalmente la carta (che costa), anziché i tuoi incredibbbbbili scrittori cartacei che vengono dal Tuchibamba o dalla Podolia

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole e della poesia. Schegge di luce da trasformare in sms, da ricopiare sull’agenda, da far viaggiare per il mondo via web. Per questo mi trovate qui ogni giorno.
Troverete la mia rubrica di City, i miei articoli fintoglam per Grazia, le mie interviste. Ma soprattutto troverete me. E quando chiudete il computer, aprite uno dei miei libri!
Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, come può testimoniare rassegnato il consorte, dal profumo di rose.