Lisa Corva

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Parigi, rue Monceau: a proposito di famiglie e collezioni, case che diventano musei (e romanzi) e le storie racchiuse dentro un oggetto.

Giovedì, 3 gennaio 2013 @11:27

"Il modo in cui gli oggetti vengono tramandati è pura narrazione. Ti lascio questo perché ti voglio bene. Oppure perché qualcun altro l’ha lasciato a me. Perché l’ho comprato in un luogo speciale. Perché te ne prenderai cura. Perché ti complicherà la vita. Perché farà schiattare d’invidia il tale o il tal altro. Le eredità non sono mai banali. Che cosa viene ricordato e cosa dimenticato, nel passaggio? L’oblio può perpetuarsi, i possessori di un tempo esser via via cancellati, ma può anche verificarsi l’opposto, una lenta accumulazione di storie".
(Edmund de Waal)
Le storie che raccontano gli oggetti. Proviamo ad ascoltare.

(La frase di oggi è tratta da "Un’eredità di avorio e ambra", Bollati Boringhieri)

Ci sono oggetti che raccontano storie (anche i più semplici, gli orecchini lasciati da una nonna molto amata, la tazza scompagnata e rovinata che ci piace usare al mattino e che viene da chissà dove). Ci sono oggetti che portano a storie, strade che portano a romanzi interi, quello che sto leggendo adesso, "Un’eredità di avorio e ambra", appunto.
Tutto è cominciato a Parigi, quando un’amica mi dice: sei vicinissima a rue Monceau, perché non vai a vedere il museo di Nissim de Camondo? Rue Monceau era la strada dei ricchi banchieri e collezionisti ebrei nell’Ottocento, la strada dove è ambientato il romanzo di de Waal (un romanzo che mi aspettava, da anni, sulla pila dei libri-che-vorrei-leggere-ma-non-adesso). Una coincidenza? Così, vado. Il museo è un ricco hôtel particulier, costruito all’inizio del Novecento, con vista su Parc Monceau: c’è un cortile privato dove entravano prima le carrozze e poi le auto, una grande scalinata d’entrata; in basso le cucine, le pentole di rame ancora lucidatissime, il quadro con i campanelli per i domestici (bureau, salon, madame, mademoiselle, tutto molto downstairs e upstairs, come in "Downton Abbey", il serial tv inglese di cui sono addicted); ai piani superiori le camere da letto, i saloni, la tavola ancora apparecchiata per un pranzo di gala, e poi oggetti, quadri, stampe, la collezione del vecchio Moïse de Camondo. E una storia, la storia di una famiglia che non c’è più. Perché il museo – ovvero la loro ricca, sfarzosa casa di famiglia – fu donata dal padre allo Stato francese; un padre dal cuore spezzato, perché l’unico figlio, Nissim, bruno, bello, aviatore, era morto in guerra, la prima guerra mondiale. E così Moïse decide che il suo patrimonio d’arte rimanga a tutti: che la casa diventi un museo. Che gli oggetti – quasi tutti del Settecento francese, anche se i Camondo venivano da Istanbul – diventino un piacere per tutti. C’è anche una figlia, Béatrice, sposata, un'aristocratica appassionata di cavalli, due figli; la più grande, Fanny, era una bella, elegantissima amazzone di cui vediamo nel museo ancora le foto mentre salta gli ostacoli. E un ostacolo non superato: la guerra. Il nazismo. I Camondo, pur ebrei, non se ne vanno, si sentono cittadini francesi, Nissim non è del resto morto per la Francia? Ma nel ’43 verranno deportati e moriranno ad Auschwitz. Ed è la fine della famiglia Camondo.

Quante storie raccontano gli oggetti, quanta ricerca di bellezza, quante speranze. Esco dal grande portone di rue Monceau, direttamente dentro le pagine del romanzo che ho appena iniziato: qui, in questa via elegante parigina, oggi così silenziosa, alla fine dell’Ottocento c’erano carrozze e brusìo; non c’erano solo i Camondo, ma anche gli Ephrussi (quelli dell’eredità di avorio e ambra del libro). E il salotto del giovedì di Madeleine Lemaire, un’acquarellista di fiori, di cui racconta anche Proust. Si sente quasi un profumo di gigli, sostiene de Waal nel libro. Io sento solo il silenzio e il sussurro degli oggetti.

7 commenti

Hermione | Lunedì, 7 gennaio 2013 @09:06

E' un libro bellissimo. L'ho amato tantissimo.

Aminta | Sabato, 5 gennaio 2013 @18:34

La storia magistralmente raccontata non mi sembra bellissima ma vera nella sua tragicità, vorrei sinceramente che vicende simili non possano mai più accadere. Sogno nel sogno.

Simona | Giovedì, 3 gennaio 2013 @20:57

Bellissima descrizione, Lisa, e bellissima storia, molto avvincente. Perchè non ci descrivi anche il backstage del film di Tornatore? La trama mi è piaciuta, ma la ricerca di ambientazioni mi ha affascinata.

Aminta | Giovedì, 3 gennaio 2013 @17:37

Vero, come scrive Lisacorva, gli oggetti raccontano per chi li sa ascoltare. Questo riassunto di vita vissuta e spezzata, è coinvolgente.

Camilla | Giovedì, 3 gennaio 2013 @14:21

Incantata..

Giusy | Giovedì, 3 gennaio 2013 @14:00

Ho letto questa cronaca parigina quasi con avidità. Tristi, tragiche vicende di un recente passato raccontate brevemente dalla penna che tutti noi seguiamo e apprezziamo. Merci!!!

Lucia | Giovedì, 3 gennaio 2013 @12:15

I luoghi e gli oggetti che sussurrano storie... suggestivo e vero! Leggerò questo libro

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.